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zio sam pinocchio - disegno di Matt Wuerker
Note sul problema del Kosovo e la comunità internazionale.

di Diana Johnstone *

DIALOGUE - n 25, primavera 1998


1) L'intervento straniero

Alle notizie di violenze in Kosovo la prima domanda che si sono posti i giornalisti e i politici in Europa e negli Stati Uniti è stata: "che cosa possiamo e dobbiamo fare?".
L'intervento straniero nei Balcani è storia vecchia, ma la sua presente ripresa in termini di imperativo morale universale è in gran parte causata da due sviluppi recenti:
  • i reportages delle televisioni, che hanno focalizzato l'attenzione soprattutto sugli aspetti violenti del problema, creando l'impressione, o l'illusione, che "tutti sappiano quello che sta succedendo";
  • l'esistenza di un 'unica superpotenza mondiale , gli Stati Uniti, con le sue diramazioni nella NATO, nei paesi occidentali, nella "comunità internazionale" e nelle organizzazioni che controlla (le Nazioni Unite, come al solito, e poi l'OCSE, la Banca Mondiale, il FMI, ecc.).
Una tale concentrazione di potere crea l'impressione che la "comunità internazionale" possa ottenere con la forza ciò che desidera, in primis con la potenza militare americana. Il corollario di questo assunto è che i popoli, o almeno i governi, che non intendono immischiarsi sono "colpevoli" di complicità coi "crimini" che vengono commessi.
Questo miscuglio di immagine e di potere ha completamente svalorizzato il ruolo della prudente mediazione diplomatica, che per sua natura non è né visibile né energica, e viene ora facilmente dipinta come utopistica e priva di risolutezza. I problemi sono presentati, dalla comunità internazionale, nei termini del "bastone e della carota" piuttosto che in quelli della comprensione, dell'attenuazione dei timori, della riconciliazione degli interessi e delle possibilità delle popolazioni direttamente coinvolte.
Il terzo sviluppo, che ne consegue naturalmente, è lo sfruttamento deliberato dei primi due punti (notizie giornalistiche e potenziale bellico americano e dei suoi compiacenti alleati) per intervenire militarmente. E' ora possibile, in particolare, che un movimento secessionista o irredentista possa sperare di ottenere i suoi obbiettivi principalmente, se non unicamente, attraverso la mobilitazione di queste due forze. Questa è la lezione della situazione yugoslava.

Per quanto riguarda il Kosovo, il problema politico di base è lo status della provincia del Kosovo-Metohija come parte della Serbia (a sua volta "cuore" della Yugoslavia) oppure come stato indipendente libero di diventare parte della Grande Albania.
I due schieramenti in questo conflitto politico hanno strategie opposte, completamente e intimamente collegate col problema dell'intervento internazionale.
Nel passato decennio l'intera strategia della parte etnica albanese si è fondata sulla ricerca dell'aiuto internazionale, prima politico e poi militare, per favorire la secessione del Kosovo dalla Serbia. Questa è una strategia sofisticata, di lungo periodo, con finalità chiare e chiari metodi per perseguirla; è fortemente sostenuta dalla diaspora albanese, specialmente in Germania, negli Stati Uniti e in Turchia. Tale richiesta di secessione non è affatto una reazione alla repressione di Slobodan Milosevic, come comunemente si crede; c'era già da prima. Proviene dal movimento nazionalista, vecchio di un secolo, che fin dall'inizio si rivolse ai poteri stranieri per un decisivo aiuto nella realizzazione dei suoi obiettivi. Questa aspirazione, come tutte le altre forze centrifughe che si sono liberate nella ex-Yugoslavia, ha ricevuto un significativo incoraggiamento nel riconoscimento da parte della comunità internazionale, nell'inverno 1991-92, del diritto di Slovenia e Croazia a secessioni non-negoziate, come nazioni indipendenti, e in sostanza, etnicamente definite. (1)

Nel 1988-89 Yugoslavia e Serbia hanno cambiato la costituzione, nel senso di una revoca dell'estesa autonomia precedentemente accordata alla Provincia Autonoma del Kosovo dalla costituzione del 1974. La comunità internazionale ha acriticamente condannato questi cambiamenti, caratterizzandoli come strumento dell'oppressione serba. In linea di massima sono stati ignorati tre fattori:
  • quantunque non accettati dai leaders dell'etnia albanese, questi cambiamenti sono stati largamente sostenuti in Serbia come necessari per avviare le riforme della liberalizzazione economica;
  • sono stati emanati legalmente;
  • hanno lasciato intatti sia i diritti politici dell'etnia albanese sia un considerevole grado di autonomia alla provincia.

Può solo essere oggetto di speculazione in quale misura , senza il decisivo intervento straniero in suo appoggio, l'etnia albanese del Kosovo avrebbe potuto approfittare della struttura legale esistente. Per esempio, avrebbe potuto votare per i 42 seggi (su 250) che il parlamento serbo aveva messo a sua disposizione. Al contrario, il boicottaggio delle istituzioni e della vita politica dello stato serbo ha portato la popolazione albanese verso una specie di secessione interna, denunciata ai propri simpatizzanti stranieri dai suoi organizzatori come "apartheid". Nel frattempo, il successo del boicottaggio delle scuole serbe ha prodotto una generazione di kosovari albanesi i cui membri più scolarizzati parlano l'inglese meglio del serbo e pertanto sono più preparati ad accogliere l'aiuto internazionale che a comunicare coi loro vicini serbi.
Il governo serbo, per contrasto, non ha costruito alcuna chiara strategia se non quella di tenere a bada la comunità internazionale insistendo che il Kosovo è un "problema interno". Questa è una politica troppo rigida per meritare il nome di 'strategia'.
Milosevic si è servito del boicottaggio delle elezioni da parte dell'etnia albanese per sostenere la sua maggioranza nel parlamento, appropriandosi dei seggi del Kosovo, ma questo non è niente più che un vantaggio politico di corto respiro. Il fatto che in tutti gli altri conflitti in Yugoslavia, la comunità internazionale sia sempre stata anti-serba, e che anche dopo Dayton il "muro esterno delle sanzioni" sia stato mantenuto solo contro la Serbia - apparentemente come pressione per "risolvere il problema del Kosovo"- sembrerebbe sufficiente per convincere i serbi che se hanno ben poco da sperare da Milosevic, non hanno proprio niente da sperare dalla "comunità internazionale".

La natura di queste opposte strategie porta a pregiudizi strutturali nella comunità internazionale - quanto meno nelle sue componenti più influenti- a favore dell'etnia albanese: prima di tutto nel governo degli Stati Uniti che è stato invitato dai leaders albanesi ad entrare in gioco e ad assumere il controllo della situazione; poi nella NATO, che può mettere in pratica e perfezionare la sua nuova strategia; infine in tutte le numerose organizzazioni governative e non-governative che trovano nei conflitti della ex-Yugoslavia un laboratorio perfetto e una giustificazione per estendere i loro interventi.
Ciò che realmente sta facendo la comunità internazionale rispetto al Kosovo somiglia molto a quello che è stato fatto nei primi stadi delle guerre per la secessione slovena e croata. In un primo momento gli Stati Uniti si erano opposti al collasso della Federazione Yugoslava, ma hanno poi rapidamente aggiunto la clausola condizionale che essi sarebbero stati contrari a qualsiasi impiego delle forze armate di quella nazione per evitare il crollo. Questi segnali contraddittori hanno da un lato dato a Belgrado il 'via libera' per contrastare le secessioni e dall'altro hanno incoraggiato i secessionisti ad andare avanti coi loro progetti, mentre la confusione e l'incertezza serpeggianti tra le forze armate yugoslave hanno affrettato la diserzione di ufficiali e soldati e la formazione di una milizia irregolare lungo le linee etniche.
Questo modello si è ripetuto nel Kosovo. Gli Stati Uniti, a capo della comunità internazionale, sono ufficialmente contrari all'indipendenza del Kosovo, ma nello stesso tempo si oppongono all'uso della forza da parte di Belgrado per disarmare i secessionisti sempre più agguerriti e violenti. Mentre apparentemente viene accettata la sovranità di Belgrado, tale posizione ambigua incoraggia i secessionisti a provocare scontri armati che vengono poi prontamente ed energicamente contrastati dai Serbi.
La Serbia è stata per anni soggetta ad un regime severissimo di sanzioni economico-culturali che continua ancor oggi; un "muro esterno" imposto unilateralmente dagli USA coll'assenso degli europei con cui è tenuta fuori dalle organizzazioni internazionali. La Serbia è un "pària" internazionale e il suo popolo è come fosse 'invisibile' eccetto che per alcune fugaci immagini selezionate ad hoc dai media internazionali che gli sono ben poco favorevoli. Dacché i compromessi sono di fatto costruiti su basi di forza, la pressione continua e le minacce che indeboliscono la Serbia sono poco propizie a qualsiasi forma di generosità.

Le occasionali dichiarazioni di disapprovazione della "violenza" dei separatisti albanesi del Kosovo da parte degli americani sono prive di mordente e non pareggiano in alcun modo le richieste verso Belgrado di risolvere il problema del Kosovo, altrimenti ... Ci vogliono almeno due partners per raggiungere un compromesso. Quando la pressione è indirizzata solo verso una delle parti non vi è alcun incoraggiamento verso l'altra a fare altrettanto. In questo momento gli Albanesi possono essere ragionevolmente sicuri che, se si consentisse che la situazione si deteriori, l'inevitabile repressione serba non farà altro che rafforzare le loro posizioni davanti alla comunità internazionale.
Attualmente i leaders nazionalisti albanesi del Kosovo richiedono un intervento internazionale alla cieca, convinti come sono, e con buone ragioni, di avere dalla loro la comunità internazionale. I Serbi la respingono sostanzialmente per la stessa ragione. Di sicuro nulla potrebbe essere più gradito di una vera, onesta e imparziale mediazione internazionale. Una soluzione ancor migliore potrebbe essere l'emergere in Serbia di leaders sia della comunità serba che di quella albanese in grado di discutere fra di loro alla maniera di Nelson Mandela. Purtroppo non si vede ancora alcun segno di affermazione di una saggezza di tal genere (2). Estendendosi invece questa pesante pressione solo verso una delle parti, in aggiunta al deliberato impoverimento di una nazione fino al punto di non lasciare alcun margine di magnanimità, si lavora contro una tale dinamica.


2) A chi appartiene il Kosovo?

La supposizione che il 90% della popolazione del Kosovo sia di etnia albanese (3) è vieppiù citata come una giustificazione implicita per la sua richiesta di separatismo, ma in Europa e in America non si arriverebbe mai a una tale conclusione rispetto alla presenza di altre grandi concentrazioni etniche in altre nazioni, a cominciare da loro stesse.
Il fatto che il Kosovo sia stato la culla del regno medioevale serbo è segnalato, senza alcuna simpatia, come un curioso anacronismo dai commentatori occidentali, che sembrano più colpiti dalla rivendicazione degli Albanesi di essere i discendenti degli antichi Illiri, i primi abitatori dell'Occidente, e dalla loro recente adozione di nomi di luoghi e terminologie albanesi (4). I nazionalisti albanesi tengono molto all' identificazione con gli sconosciuti Illiri poiché sentono che questo dà loro un diritto, nell'abitare la regione, più consistente degli slavi che si stabilirono lì come agricoltori nel 6 secolo dopo Cristo. Gli storici serbi considerano la pretesa albanese come plausibile ma irrilevante, in quanto sia i Serbi che gli Albanesi hanno popolato l'area insieme per molti secoli (5). Gli storici riconoscono senza difficoltà che i signori feudali albanesi, che a quell'epoca erano cristiani e godevano uguali diritti nello stato medioevale serbo, combatterono a fianco dei cavalieri serbi nella battaglia del Kosovo del 1389.

Il conflitto fra Serbi e Albanesi si sviluppò tre secoli dopo, con l'esodo di massa nel 1690 dei cristiani (inclusi gli Albanesi) dalla Serbia meridionale, per essere reinsediati dalla monarchia degli Asburgo in Krajina, terra di confine, come risultato della guerra fra gli Ottomani e l'Impero Asburgico. I montanari che si stabilirono nelle pianure del Kosovo nel 18 secolo furono attivamente convertiti all'Islam dai Turchi, che consideravano i loro sudditi cristiani, e non senza ragione, come potenziali sovversivi, alleati dei cattolici Asburgo (6). Da allora varie potenze straniere hanno trovato interesse ad accentuare le differenze e i conflitti fra l'etnia serba e quella albanese.
Gli Albanesi del Kosovo convertiti all'Islam nel 19 secolo ottennero privilegi (portare armi, servizio nell'amministrazione turca, raccolta delle tasse) negati alla popolazione cristiana. Tali privilegi dettero sviluppo ad un nazionalismo albanese parallelo ai movimenti di liberazione nazionale serbo, greco e bulgaro del 19 secolo. Quando i signori feudali si ribellarono fu soprattutto per cercare di conservare questi privilegi piuttosto che per creare uno stato indipendente e ugualitario fra tutti i cittadini. Questa differenza storica ebbe conseguenze ideologiche. Dato che i serbi non avevano uguali diritti sotto il dominio ottomano, i loro capi adottarono la filosofia politica ugualitarista, importata dalla Francia, come la più appropriata per le loro lotte di liberazione del 19 secolo. Ciò significava appoggiare uno stato di cittadini liberi che godono di uguali diritti. Non sempre la prassi ha fatto onore a questi princìpi; ma c'è una significativa differenza pratica fra una nazione che proclama diritti uguali per tutti e una che non lo fa. La tradizione esiste per essere incoraggiata e non per restare lettera morta negandone dogmaticamente l'esistenza.

La coesistenza di Serbi e Albanesi in Kosovo pone il problema nei termini di uno stato multietnico. La Repubblica Serba si definisce, nell'art.1 della sua Costituzione, come: "Stato democratico di tutti i cittadini che vivono in esso" senza fare riferimento all'identità etnica, in contrasto con la Croazia o la Macedonia. Di fatto la Serbia è lo stato più multietnico dei Balcani; un terzo dei suoi abitanti è non-serbo ma con uguali diritti. I Serbi di altri stati non possono automaticamente invocare la cittadinanza serba, al contrario, per esempio, dei Croati che vivono in Bosnia che possono votare nelle elezioni croate. Almeno formalmente l'etnia albanese del Kosovo ha più diritti di cittadinanza in Serbia di quanto ne abbiano i rifugiati serbi che sono fuggiti dalla Croazia e dalla Bosnia dopo il collasso della Yugoslavia. Ma gli Albanesi si rifiutano di esercitarli. I diritti che sono così sprezzantemente disdegnati, alla fine inaridiscono. Il fatto che la Serbia patisca le sanzioni internazionali è un incentivo a sospenderle. Il Montenegro, un paese storicamente "più serbo della Serbia" , ha eletto, coi voti palesi della etnia albanese, un nuovo presidente che sta prendendo le distanze da Belgrado con l'applauso della "comunità internazionale"; il suo governo viene allettato con la prospettiva di lucrativi investimenti e potrebbe privare la Serbia del suo ultimo accesso al Mediterraneo. Il desiderio di sfuggire alle avversità incontrate in Serbia sta anche rafforzando gli impulsi separatisti nella maggioranza etnica serba in Voivodina. In breve, la politica punitiva verso Belgrado sta determinando un' ulteriore disintegrazione dell'ultima vera nazione pluri-etnica dei Balcani e tutto ciò in nome della "multi-etnicità". Questo movimento centrifugo può solo produrre conflitti e fughe senza fine da questa inquieta regione.


3) Che cosa significa il pericolo della "pulizia etnica"?

Dati questi precedenti, è altamente probabile che si stia preparando un intervento armato internazionale in Kosovo; il motivo a cui si fa riferimento è la percezione pubblica che i Serbi stiano per preparare una "pulizia etnica" e pertanto debbano essere fermati e puniti.
Una tale percezione è stata anticipata e preparata per anni. La prefazione a un libro del 1993 (7) prediceva che:" Ci si può aspettare che... il regime di Belgrado, frustrato ma non completamente sconfitto in Bosnia-Erzegovina, sarà tentato di aprire un altro teatro di guerra, ovviamente in Kosovo, che diventerà un'ulteriore vittima dell'aggressione militare e della 'pulizia etnica'." Cinque anni più tardi Madeleine Albright ha detto sostanzialmente la stessa cosa. Il 9 marzo 1998, in un meeting a Londra del "Gruppo di Contatto", la signora Albright comparava le azioni di polizia serba in Kosovo con la "pulizia etnica " in Bosnia e ha dichiarato: "Noi non staremo fermi ad osservare quello che le autorità serbe stanno facendo in Kosovo e che non sono riuscite a fare in Bosnia pensando di passarla liscia."
La logica di tali predizioni non è né politica né strategica, ma è psicologia di tipo manicheo: "la cattiva "Grande Serbia" farà saltar fuori la frustrazione patita in Bosnia e applicherà la 'pulizia etnica' in Kosovo." Questo è un genere di ragionamento che scaturisce spontaneamente da stereotipi etnici, secondo i quali un gruppo etnico è demonizzato, cioè è dipinto come se si rallegrasse nell'agire malignamente per il proprio tornaconto.
Dato l'uso generalizzato di questo stereotipo verso i Serbi, vi è sempre stata una grande probabilità che gli inevitabili conflitti in Kosovo potessero essere interpretati dai media internazionali come un ulteriore esempio di "pulizia etnica" serba verso i non-serbi. Nondimeno è sorprendente vedere con quanta rapidità un'azione di polizia, brutale ma limitata, diretta contro i ribelli albanesi armati sia stata definita come "pulizia etnica" o addirittura come "genocidio" dai giornalisti e dai politici.

La pulizia etnica e il "Memorandum" dell'Accademia Serba.
I vari separatismi etnici della ex-Yugoslavia hanno trovato opportuno condannare le guerre dell'esercito yugoslavo contro la secessione in Slovenia, in Croazia e in Bosnia-Erzegovina come un deliberato progetto per la creazione di una "Grande Serbia". Viene detto che con la leadership di Slobodan Milosevic questa "aggressione" ha seguito un programma di "pulizia etnica" enunciato in un Memorandum del 1986 ad opera dell'Accademia Serba delle Scienze e delle Arti di Belgrado. L'idea che il Memorandum fosse una specie di "Mein Kampf " della "Grande Serbia" ha ricevuto una accoglienza tale da venire citato in un libro francese per le scuole superiori:
"Pulizia etnica: teoria elaborata dai membri dell'Accademia delle Scienze di Belgrado in difesa dell'omogeneizzazione dei territori della ex-Yugoslavia abitata da Serbi e che propone l'uso del terrore per espellere altre popolazioni e annettere definitivamente questi territori alla Serbia." (Pierre Milza & Serge Berstein, Histoire terminale, Hatier, 1993, p.330.)
E' quindi importante dare un'occhiata ad alcuni passi di questo malfamato ma largamente sconosciuto Memorandum che si occupa del Kosovo e che include quest'unico riferimento alla "pulizia etnica". Sono anche i passi che si allontanano maggiormente da quello che potrebbe essere considerato il "pathos nazionale serbo", dato che le prime parti del documento fanno una più prosaica analisi dei problemi economici della Yugoslavia.
Nella sezione più controversa, la bozza di documento (il Memorandum fu pubblicato in forma di 'bozza' dai suoi nemici politici nel 1986 per poterlo denunciare meglio) cita le lagnanze della sempre più debole minoranza serba del Kosovo per il pericolo di essere espulsa dalla provincia a causa degli atti di ostilità della maggioranza di etnia albanese che a quell'epoca deteneva il controllo politico. Il Memorandum denunciava quello che veniva chiamato " il genocidio fisico, politico, legale e culturale della popolazione serba del Kosovo e Metohija"; descriveva le attività del nazionalismo albanese, cominciate nel 1981 - un anno dopo la morte di Tito - come dichiarazioni "di una guerra molto speciale ma totale" contro il popolo serbo.
"I nazionalisti albanesi, i leaders politici del Kosovo, con una tattica ben precisa e obiettivi chiari, hanno cominciato a distruggere le relazioni inter-etniche fondate su diritti di uguaglianza, per i quali i serbi hanno combattuto duramente in Kosovo e Metohija. La regione, in un momento a lei favorevole, ha ottenuto il rango di provincia autonoma e poi lo status di 'parte costituente della Federazione' e più benefici di quanto abbia il resto della Repubblica alla quale essa stessa appartiene. Il prossimo passo nell' escalation, l'albanizzazione del Kosovo-Metohija è stato preparato in perfetta legalità. Nella stessa maniera è stata apertamente realizzata l'unificazione della lingua , del nome della nazione, della bandiera e dei libri scolastici con quelli dell'Albania, secondo le istruzioni di Tirana, così come è stata aperta la frontiera tra i due paesi. I complotti, che usualmente vengono preparati nella segretezza, sono stati fomentati in Kosovo non solo apertamente ma addirittura con ostentazione."
Il Memorandum prediceva che, senza fondamentali cambiamenti da prendersi nel frattempo, in dieci anni non ci sarebbero stati più Serbi in Kosovo ma ci sarebbe stato solo un "Kosovo etnicamente puro...Se non si stabilirà un'autentica sicurezza e uguaglianza legale per tutte le popolazioni che vivono nel Kosovo e Metohija, se non si creeranno condizioni oggettive e durature per favorire il ritorno della popolazione che è stata allontanata, questa parte della Repubblica Serba diventerà un problema europeo con conseguenze nefaste. Il Kosovo rappresenta un punto chiave nei Balcani. La diversità etnica in molti territori dei Balcani corrisponde alla composizione etnica della penisola balcanica e la richiesta di un Kosovo etnicamente puro per gli Albanesi non è solo una pesante e diretta minaccia per tutti i popoli che vivono negli stati balcanici come minoranze, ma, se realizzata, scatenerà un'ondata di separatismo minacciosa per tutti i popoli della Yugoslavia...".

Per quanto eccessiva possa essere considerata questa descrizione della situazione, è evidente che non è l'elaborazione di una "teoria" per sostenere la pulizia etnica dei Serbi verso altre popolazioni, ma piuttosto l'espressione di una paura dei Serbi di essere "etnicamente puliti" in Kosovo da parte della maggioranza albanese. Le conclusioni politiche che si potevano trarre, e che di fatto sono state tratte, da queste argomentazioni del Memorandum sono stati i cambiamenti costituzionali decretati due anni dopo per revocare la precedente notevole autonomia accordata al Kosovo nel 1974 (8).
Che siano descritti come "terroristi", "combattenti per la libertà" o, in modo più neutrale, come "guerriglieri", è incontestabile che esistano bande armate in Kosovo, che esse abbiano compiuto attacchi armati ed abbiano dichiarato la loro intenzione di compierne sempre più. Nessun governo al mondo potrebbe stare a guardare e consentire a tali gruppi di operare indisturbati.
Coloro che simpatizzano col movimento dell'etnia albanese solitamente lo presentano come esempio di resistenza non violenta all'oppressione, nella tradizione ghandiana, e spiegano la recente opzione violenta come l'impazienza derivante dall'insuccesso della leadership pacifista dell'LDK ( Lega Democratica del Kosovo) di Ibrahim Rugova di farsi riconoscere dalla comunità internazionale. Questa è naturalmente una ipersemplificazione idealistica di una situazione più complessa e ambigua. E' vero che Rugova ha optato per la non violenza come elemento della sua strategia per ottenere l'aiuto internazionale.
Tuttavia non è vero che il volgersi alla violenza sia solo uno sviluppo recente. In primo luogo, in una regione incline alla violenza, gli Albanesi sono stati molto di più associati al ricorso alle armi di qualsiasi altro loro vicino, eccetto forse per i Montenegrini. La non violenza è quindi probabilmente una novità troppo di fresca data per essere credibile, specialmente da quando l'attuale movimento, prima di produrre l'LDK di Rugova, aveva già cominciato in maniera più 'militante'. I guerriglieri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo, l'UCK (Ushtria Clirimtare e Kosoves) sono i discendenti di un movimento clandestino vecchio di decenni.
"L'origine dei gruppi clandestini si può far risalire agli anni sessanta e settanta" , dice un articolo di Stephan Lipsius del Frankfurter Allgemeine Zeitung (9). "La più vecchia delle organizzazioni attualmente attive sia in Kosovo che all'estero è il Movimento del Popolo del Kosovo (LPK). E' stata fondata in Germania il 17 febbraio 1982 come 'Movimento del Popolo per una Repubblica del Kosovo' (LPRK). Questa non è un'organizzazione del tutto nuova ma piuttosto il risultato della fusione delle seguenti quattro precedenti organizzazioni clandestine indipendentiste: 'il Movimento di Liberazione del Kosovo e delle altre Regioni Albanesi della Yugoslavia' (LNCKVSHJ), l' 'Organizzazione marxista-leninista del Kosovo' (OMLK), il 'Partito Comunista marxista-leninista degli Albanesi in Yugoslavia' (PKMLSHJ) e il 'Fronte Popolare Rosso' (FKB)." "Gli obiettivi politici dell'LPK includono l'unificazione di tutti gli Albanesi della ex-Yugoslavia, cioè di Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia meridionale, in unico stato. Contrariamente alla politica non-cospirativa dei partiti kosovari guidati dall'LDK , l'LPK fondamentalmente non rifiuta la violenza come mezzo utilizzabile nel conflitto politico. L'LPK ha chiesto aiuti politici e finanziari per l'UCK ma finora non ha partecipato ad agguati o ad attacchi armati." I comunicati e le dichiarazioni dell'UCK sono pubblicati nel giornale dell'LPK Zeri i Kosoves , e ciò porta a considerare l'LPK come braccio politico dell'UCK, secondo Lipsius.
Accanto all'LPK e all'UCK vi è in Kosovo una terza organizzazione clandestina. Poco si sa di questa; è il "Movimento Nazionale per la Liberazione del Kosovo" (LKCK). E' stato fondato il 25 maggio 1993 a Pristina. Alcuni membri fondatori dell'LKCK hanno lasciato l'LPK non per differenze politiche o per antipatie personali con la leadership dell'LPK. La ragione ufficiale della divisione è stata il crescente avvicinamento programmatico fra LPK e LDK. Contrario alla rigida politica non violenta dell'LDK, l'LKCK teorizza l'azione militare contro i governanti serbi. Per di più l'LKCK è per uno stato, unificato con l'Albania, di tutte le regioni della ex-Yugoslavia abitate da Albanesi, cioè per la costruzione di una 'Grande Albania', e dunque l'LKCK non sostiene l'esistenza dell' autoproclamata 'Repubblica del Kosovo'.
L'LKCK possiede un'organizzazione politica e militare, la cosiddetta 'Guerriglia LKCK'. Contrariamente all'UCK, l'LKCK non ha ancora intrapreso azioni militari o attacchi. La ragione sta nel fatto che per l'LKCK il tempo per mettere in campo tutto il potenziale militare non è ancora giunto. La seconda assemblea generale dell'LKCK ha proposto una strategia in quattro fasi per 'la liberazione delle aree occupate'. La prima fase è impostata sul lavoro di educazione della popolazione e sulla preparazione strutturale. Nella seconda fase sono previste azioni individuali armate, mentre la terza fase prevede l'unificazione dell'LKCK , dell'LPK e dell'UCK in un ' Fronte Nazionale per la Liberazione del Kosovo'. L'unione delle azioni militari intrapresa nella terza fase dovrebbe condurre alla quarta fase , quella dell'insurrezione popolare e della mobilitazione totale di tutte le forze. Secondo informazioni provenienti dai circoli dell'LKCK, saremmo ora nella seconda fase.

Nel frattempo, grazie anche al collasso dell'ordine politico in Albania lo scorso anno, i ribelli Kosovari sono meglio armati di sempre. Ci sono voci non confermate che i guerriglieri dell''Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) nella regione di Drenica minacciano gli aerei serbi con missili stinger ed è per questo che la polizia serba è impegnata a riottenere il controllo della regione dai primi di marzo. Se l' UCK non avesse ancora questi missili , messi in circolazione dagli Stati Uniti attraverso i guerriglieri mussulmani afgani negli anni ottanta, li avrà assai presto. E' ben risaputo che il movimento irridentista albanese è finanziato non solo da tasse provenienti dalla sua stessa popolazione ma anche dal contrabbando di droga attraverso i Balcani, notoriamente in mano ai clans di etnia albanese (10). Comprare armi leggere non è un problema. Mentre Rugova viaggiava liberamente fra la sua sede di Pristina e le capitali occidentali cercando sostegni per la sua lotta pacifista, ha avuto inizio la fase violenta della lotta. Nel 1996 ci sono stati 31 omicidi politici in Kosovo. Gli obiettivi erano ufficiali serbi ma anche albanesi bollati come "collaborazionisti": il modo migliore per distruggere gli ultimi ponti fra le due comunità. La situazione si è aggravata nel 1997 con 55 omicidi. Mentre Rugova sosteneva che l'UCK è un'invenzione della propaganda serba, i guerriglieri assaltavano undici stazioni di polizia in attacchi coordinati nel settembre 1997 prima di fare la loro prima apparizione pubblica il 28 novembre 1997 a un funerale, armati, in uniforme e mascherati davanti ad una folla di 20.000 persone. Nel gennaio 1998 una dichiarazione dell'UCK rilasciata a Pristina annunciava che la battaglia per l'unificazione del Kosovo con l'Albania era cominciata. Il numero di uccisioni è aumentato arrivando a 66 morti ai primi di marzo del 1998 per la massiccia operazione della polizia serba contro la guerriglia presente nella regione di Drenica.

Nessun governo al mondo resterebbe passivo di fronte a bande armate che rivendicano almeno 152 morti in due anni, nemmeno il governo di Washington. E' difficile trovare un analogo precedente di una minaccia degli Stati Uniti di imporre pesanti sanzioni e di congelare il patrimonio di un governo legittimo di uno stato che deve fare i conti con un'insurrezione armata... a meno che tale governo non ritiri la sua polizia e lasci i ribelli indisturbati.

Che cos'è la "pulizia etnica"? Mentre tutti sono contro, pochi sembrano interessati a capire il suo significato e le sue vere cause come basi per combatterla. Negli anni '90 l'atteggiamento prevalente nella coscienza depoliticizzata della gente è di vederla come una specie di cattiveria, un'espressione gratuita di razzismo o di odio etnico che sorge dal "buio dello spirito umano" (questa la retorica di un discorso del vicepresidente americano Albert Gore). L'unico rimedio previsto è la punizione.
Raramente, nei Balcani, la "pulizia etnica" è una politica dichiarata. Un'eccezione degna di nota è la politica deliberata del movimento croato degli Ustasha di eliminare i Serbi e le altre minoranze dalle terre "che sono croate per diritto storico" e che il movimento controllava durante la seconda guerra mondiale. Nella Croazia di Tudjman, gli estremisti croati hanno fatto propria sia la teoria che la pratica della tradizione Ustasha. Il regime di Tudjman non ha invece adottato apertamente la teoria ma ne ha tollerato la pratica col risultato che la Croazia è stata di fatto "pulita etnicamente" della gran maggioranza della sua popolazione serba, nella più accurata e riuscita operazione del genere nella ex-Yugoslavia. La comunità internazionale non ha punito la Croazia; al contrario, il governo di Zagabria è stato sostanzialmente ricompensato con la sua entrata nelle organizzazioni internazionali e con gli investimenti stranieri, entrambe le cose negate alla Serbia.
In generale la pulizia etnica, cioè l'espulsione dei membri di un diverso gruppo etnico da un'area contesa, sorge dalla paura che la loro presenza serva da innesco di richieste per il controllo politico di quel territorio. Niente serve di più per stimolare una tale paura della prospettiva che un gruppo etnico rivendichi la maggioranza locale e rappresenti così una minaccia di secessione dallo stato nel quale si trova.
Una volta dato l'assenso dalla comunità internazionale alla disintegrazione non negoziata della Yugoslavia multi-etnica in stati etnicamente definiti, è cresciuta la battaglia per il controllo del territorio secondo frontiere etniche. In questa battaglia Serbi, Croati, Mussulmani e Albanesi si sono tutti accusati fra di loro di "genocidio". Queste accuse riflettono sia una paura vera sia calcoli politici, e gli stranieri dovrebbero essere prudenti nel far eco a parole tanto infiammate. In Occidente l'enfasi posta sulla parola "genocidio", in analogia con situazioni storiche totalmente differenti, ha impedito di capire la causa politica che sta alla base della "pulizia etnica": la paura che la presenza di membri di un gruppo etnico politicamente organizzato possa essere utilizzata per sostenere delle rivendicazioni territoriali.
La presenza nel piccolo territorio del Kosovo di due fazioni armate minaccia veramente di portare ad una guerra sanguinosa e terribile. Nelle schermaglie propagandistiche che stanno portando a un tale conflitto, i Serbi hanno nuovamente perduto la battaglia per la "definizione". Definire i loro avversari armati come "terroristi" è stato accolto prima con riluttanza da Robert Gelbard consigliere USA, per poi essere abbandonato appena le autorità serbe hanno cominciato ad agire di conseguenza. D'altro lato la definizione che l'etnia albanese ha dato delle azioni serbe come "pulizia etnica" è stata accolta sia al più alto livello della comunità internazionale sia da un coro di commentatori e di firmatari di petizioni.
L'idea che la denuncia anticipata della "pulizia etnica" aiuti a prevenire i massacri è probabilmente del tutto erronea. Al contrario, una tale affermazione sbagliata e così esplosiva, fa crescere la polarizzazione delle emozioni, la paura e il sospetto reciproci, il timore di un intervento della NATO, e soprattutto una sorta di disperazione in entrambe le parti che può condurre la gente a commettere atti sconsiderati e terribili. Sia i leaders dello stato serbo che i nazionalisti dell'etnia albanese hanno proclamato la loro buona volontà ad accettare la coabitazione fra Serbi e Albanesi. La linea più saggia è di accettare questa dichiarazione di principio per il valore letterale che ha e considerare ogni atto contrario come una deviazione dai principi mutuamente accettati.


4) I Serbi vogliono il compromesso?

Dobrica Cosic, uno dei maggiori scrittori serbi, spesso considerato come il padre della rinascita nazionalista, ha proposto la suddivisione del Kosovo-Metohija come un modo per risolvere il conflitto fra Serbi e Albanesi (11). Come presidente della Yugoslavia nel 1992-93 Cosic ha sollevato questa possibilità in varie occasioni , come per esempio nel suo discorso al Comitato per gli Affari Esteri del Parlamento Europeo nel marzo 1993, senza però suscitare alcun interesse.

Cosic ha descritto il Kosovo (12) come " una questione europea di primo piano. Tuttavia finora né la Comunità Europea né l'OCSE hanno trovato il giusto modo per tentare di risolvere il problema albanese-yugoslavo e albanese-serbo." Cosic ha attribuito ciò "... al fatto che il problema delle relazioni serbo-albanesi è stato travisato e ridotto ad una questione di diritti umani." Ciò ha significato che il "fattore centrale" è stato "studiatamente trascurato; e cioè l'aspirazione degli albanesi di Yugoslavia ad unirsi con l'Albania per creare la 'Grande Albania'." Le ambizioni secessioniste del movimento nazionalista albanese sono il vero fondamento della loro richiesta di diritti umani. Da queste ambizioni discende un comportamento ostruzionistico in ogni sfera della vita sociale: politica, cultura, educazione pubblica, economia, media. Ma il problema non sta nel fatto che gli Albanesi siano privati dei loro diritti culturali, politici, ecc.; il problema è semmai che essi hanno questi diritti ma rifiutano di esercitarli. Essi boicottano in blocco la società in cui vivono, non la riconoscono. La questione non è di aprire le scuole; le scuole sono già aperte; è che insistono a che il curriculum in queste scuole sia una copia di quello delle scuole dello stato dell'Albania e che il loro diplomi siano rilasciati in nome della "Repubblica del Kosovo".

"Considero una grande jattura il fatto che gli Albanesi abbiano escluso se stessi dalla vita politica e che non si avvantaggino della loro autonomia. Essi hanno tutti i diritti civili e politici necessari per costituirsi come comunità autonoma. Questo è garantito ufficialmente. Tutto il mondo, tutti i campioni dei diritti umani stanno dicendo che gli Albanesi sono stati cacciati dalle scuole. Questa è una pura menzogna! Sono loro che rifiutano di andare in scuole che hanno programmi fatti dallo stato serbo e che nondimeno garantiscono loro corsi di storia e cultura albanese e l'uso della loro lingua. Essi insistono su scuole pagate e mantenute dalla Repubblica Serba ma con curriculum e libri di scuola provenienti dall'Albania e i diplomi dovrebbero avere la dicitura 'Repubblica del Kosovo'!

L'invocazione dei diritti umani non è nient'altro che un'arma ideologica usata dai secessionisti e dai loro protettori stranieri per realizzare la loro ambizione nazionale: l'unione di tutti gli albanesi in un unico stato. Fino a quando non avranno ottenuto questo risultato la questione dei diritti umani in Kosovo-Metohija continuerà ad accendersi sempre più e la Serbia continuerà ad essere accusata dalla comunità internazionale. Non ci sarà di nessun servigio far notare che gli albanesi beneficiano di diritti nazionali e umani come nessun'altra minoranza nazionale. [...] Il Kosovo costituirà per la Serbia un tumore maligno che la esaurirà economicamente, bloccherà il suo sviluppo e minaccerà il suo territorio con l' espansione demografica."
Il pericolo militare era chiaro già cinque anni fa. Cosic era al corrente di "precise informazioni sull'esistenza di 60-70.000 albanesi organizzati in squadre paramilitari nel Kosovo. Questo è un esercito pronto per la guerra il giorno in cui il signor Rugova, il signor Berisha e gli altri albanesi avranno finito con la retorica rassicurante che loro servono il CSCE." Anche allora la Yugoslavia era isolata e schiacciata dalle sanzioni e perfino minacciata di intervento militare se avesse "perpetrato un'aggressione" in Kosovo - cioè sul suo stesso territorio. Cosic si chiedeva: "se noi Serbi dovessimo muoverci per opporci alla secessione, ci manderanno i missili per radere al suolo le nostre città e i nostri aereoporti?".

Con un tale dilemma Cosic concludeva che era necessario soddisfare le aspirazioni nazionali di entrambi i popoli, il Serbo e l'Albanese, con "una divisione territoriale pacifica ed equa".

Questa offerta non ha trovato nessun sostenitore negli Albanesi e non c'è al momento alcun segnale che sia attivamente perseguita neanche dai Serbi. Di per sé potrebbe essere una proposta onesta, e comunque essa incontra due tipi di obiezioni.
La comunità internazionale occidentale, a cominciare dagli Stati Uniti , ha posto il veto per ragioni di 'analogia col passato' e di 'precedente'. Dividere il Kosovo sarebbe come andare nella direzione opposta alla politica adottata per giustificare il riconoscimento della Slovenia e della Croazia, considerando quindi i confini interni della ex-Yugoslavia come inviolabili. Quella politica è stata il fondamento per tacciare la Serbia di "aggressione" in Croazia e in Bosnia e pertanto non può essere facilmente abbandonata. Di più, se il Kosovo fosse diviso, perché non anche la Macedonia, dove gli Albanesi sono concentrati nelle aree occidentali e anch'essi richiedono l'unificazione in una Grande Albania?
Il pericolo di stabilire un tale precedente preoccupa anche gli stessi Serbi. Supponiamo che l'etnia albanese, grazie al suo maggior tasso di natalità, arrivi ad ottenere la maggioranza in qualche altra parte della Serbia, domanderanno anche lì la secessione? Il progetto della Grande Albania va oltre il Kosovo; dovrà mai potrà finire?
In privato un certo numero di Serbi darebbe il benvenuto a qualche tipo di negoziato che "salvaguardasse i monasteri" e tagliasse le spese. Ma come?
Alcune proposte di compromesso sono state avanzate da intellettuali serbi indipendenti. Una di queste proposte è pubblicata in questo numero di DIALOGUE. In un'altra il professor Predrag Simic dell'Istituto di Politica e Economia Internazionale di Belgrado ha suggerito che lo Statuto per l'Autonomia del Trentino-Alto Adige(Sud Tirolo) nell'Italia del Nord (a lungo teatro di fermenti irredentistici fra la popolazione di lingua tedesca un tempo di cittadinanza austriaca) potrebbe essere utile come proposta europea per risolvere la crisi del Kosovo.
Questa ed altre proposte indipendenti possono essere considerate delle sperimentazioni che potrebbero essere accettate a livello ufficiale se almeno incontrassero qualche segno di interesse da parte albanese. Fino ad ora comunque questo non è successo. Incoraggiati dalla loro immagine di vittime dell'oppressione serba, godendo del forte appoggio dei governi occidentali e delle organizzazioni per i diritti umani, i nazionalisti albanesi del Kosovo non hanno alcun interesse nell'ottenere alcunchè se non il loro obiettivo finale: la Grande Albania.


5) Diritti Umani

L'atteggiamento della comunità internazionale verso il disastro yugoslavo è stato caratterizzato in toto dalla confusione fra diritti nazionali e diritti umani. Non è chiaro fino a qual punto, nei paesi occidentali, questa confusione sia accidentale o deliberata; il concetto di "diritti nazionali" è variamente interpretato secondo le diverse tradizioni politiche (per esempio, vi sono significative differenze fra Stati Uniti e Germania). La prontezza, in particolare negli Stati Uniti, nel considerare il diniego dei diritti del separatismo etnico come una violazione dei diritti umani rappresenta una mutazione che potrebbe essere messa in relazione con una certa confusione risultante dalla critica dei valori universali e dall'ascesa delle "politiche di identità nazionale", soprattutto nella sinistra americana.
Facendo riferimento all'etnia albanese in Kosovo, quale specie di società civile si potrà costruire nel contesto di una lunga battaglia militante nazionalista? Si può ipotizzare qualche effetto positivo: certamente l'alfabetizzazione è stata sviluppata da un movimento che sin dal suo sorgere nel 19 secolo è stato capeggiato da letterati che volevano dare una lingua (solo da poco trasposta dalla tradizione orale in forma scritta) alla loro nazione. Il generale sviluppo dell'alfabetizzazione ha anche effetti positivi sulla posizione sociale delle donne. D'altra parte questa è una società chiusa in sè stessa, ossessionata dalla ricerca della propria identità. Le sue organizzazioni per i diritti umani sono preoccupate per i diritti umani delle sole etnie albanesi. Tutti i problemi di democratizzazione e di direzione politica sono stati messi da parte in attesa di una "indipendenza" che dovrebbe risoverli tutti in una volta.

La modernizzazione politica e la democratizzazione del popolo albanese nei Balcani rimane un'aspirazione legittima e inadempiuta. Se gli Albanesi avessero utilizzato i loro diritti politici sotto la Costituzione serba, avrebbero eletto un numero importante di rappresentanti al Parlamento Serbo e modificato così l'equilibrio del potere a Belgrado. Invece hanno perduto l'opportunità di dar inizio ad una democrazia multipartitica in Serbia e seriamente storpiato ogni suo ulteriore sviluppo. La massiccia astensione dell'etnia albanese ha assicurato al partito di Milosevic una maggioranza che altrimenti non avrebbe avuto. E' molto dubbio il fatto che tenendo elezioni parallele solo per gli Albanesi - che avrebbero dato l'unanimità al leader incontestabile Ibrahim Rugova ed eletto un "parlamento" che non avrebbe mai funzionato - si sarebbe garantita una migliore iniziazione alla pratica politica democratica; forse gli interessi degli Albanesi del Kosovo potrebbero essere stati meglio difesi attraverso elezioni ufficiali entro la Repubblica Serba (13).

L' attuale situazione di ostilità etnica è pessima per entrambe le parti; ciascuna probabilmente si curerà sempre meno di ciò che succede all'altra.
Il raid serbo dei primi di marzo contro la base ribelle a Prekaz è terminato solo quando l'amministrazione Clinton ha annunciato misure per "punire" Belgrado per la sua "violenza" e ha iniziato a premere verso altri governi perché si uniscano nell'imporre nuove sanzioni economiche e diplomatiche contro la Yugoslavia. Data l'assenza di reazioni analoghe, per esempio verso la Turchia per il suo uso di "forze sproporzionate" nei suoi raids contro i ribelli kurdi, queste reprimende possono ottenere ben scarsi risultati morali con i Serbi. Quanti innocenti sono morti a Panama nel raid extra-territoriale degli Stati Uniti per arrestare il capo di un governo straniero nel suo stesso stato? Quante donne e bambini sono morti a Waco (Texas) in un raid della polizia contro un gruppo, che era sì armato, ma che non aveva - contrariamente ai guerriglieri albanesi a Prekaz- rivendicato dozzine di assassinii?
L'impiego di "due pesi-due misure" è così sfacciato che le reazioni eccezionalmente severe della comunità internazionale non possono apparire alla maggioranza dei Serbi come espressione di una profonda e sincera preoccupazione per i diritti umani, ma piuttosto come parte di una campagna politica di vecchia data per isolare e frammentare la loro nazione.
Nondimeno, nonostante tutte le ipocrisie e i motivi reconditi che ci possono essere alla base delle accuse occidentali, è molto probabile che atti di brutalità poliziesca siano finora accaduti veramente, così come i raids contro le basi guerrigliere, se non altro perché atti di brutalità sono purtroppo usuali in tali circostanze.
Malauguratamente il coro di indignazione e le richieste punitive di Madeleine Albright possono solo mettere ancor più in difficoltà quegli yugoslavi che sono veramente interessati a che il loro governo rispetti i diritti umani. E ciò nonostante alcuni c'hanno provato.

Dopo indagini fatte nella regione di Drenica ai primi di marzo , l'HLC (Humanitarian Law Center) di Belgrado riporta dati che "contraddicono i rapporti della polizia serba sul numero, sulle località e sulle circostanze in cui sono state uccise delle persone" ed esorta il ministro degli interni serbo ad acconsentire a cronisti e rappresentanti delle organizzazioni umanitarie l'accesso all'area, fornendo in tal modo all'opinione pubblica un'informazione piena, accurata e tempestiva. Un comunicato dell'HLC afferma che: "le indicazioni su le persone uccise, ferite o arrestate in relazione con gli attacchi della polizia devono essere rese pubbliche" , e precisa che: "è nell'interesse della Serbia di aprire immediatamente un'inchiesta " sulle circostanze della morte di Albanesi del Kosovo in azioni di polizia, inclusa la richiesta della riesumazione dei corpi per un esame legale.
Per aiutare queste richieste delle organizzazioni serbe, in vista del rafforzamento della società civile, della democrazia e della legalità, sarebbe opportuno che fossero mantenuti i contatti con le organizzazioni di altri paesi che appoggiano le pratiche tradizionali per il controllo dei diritti umani.
Questo è difatti il tipo di lavoro fatto da Amnesty International i cui rapporti dal Kosovo nei primi di marzo del 1998 sono stati ragionevolmente precisi, basati sui fatti ed equilibrati, concernenti accuse fatte da entrambi i contendenti e registrando anche quelle che non è sono state convalidate o confermate.
Le reazioni agli eventi in Yugoslavia mostrano importanti differenze, di considerevole significato politico, nell'approccio ai problemi dei diritti umani.
Quello che può essere considerato l'approccio tradizionale di Amnesty International consiste in gran parte nel cercare di incoraggiare i governi a promulgare e rispettare gli standards giuridici umanitari. Questa organizzazione lo fa ponendo l'attenzione su particolari casi di ingiustizia, di severità eccessiva e di violazione delle norme legali. In tal modo partecipa, con il supporto morale esterno, a diverse battaglie all'interno delle singole nazioni per l'avanzamento degli standards umanitari, in alleanza con tutte le forze locali coinvolte in questa lotta.
L'approccio dell'Osservatorio di Helsinki per i Diritti Umani, e soprattutto della sua emanazione, la Federazione Internazionale di Helsinki per i Diritti Umani di Vienna, è molto diverso. Aaron Rhodes, direttore della Federazione Internazionale di Helsinki per i diritti umani non mostra alcuna scupolosa attenzione per fatti , che è invece il marchio di garanzia di Amnesty International. Egli si occupa solo di generalizzazioni. In un articolo per l'International Herald Tribune (14), ha scritto che gli albanesi in Kosovo " hanno vissuto per anni in condizioni simili a quelle sofferte dagli ebrei nelle aree controllate dai nazisti in Europa prima della seconda guerra mondiale. Sono stati ghettizzati. Essi non sono liberi, al contrario sono politicamente privati dei diritti e delle basilari libertà civili." La comparazione non potrebbe essere più incendiaria, ma sono assenti i fatti specifici necessari per sostenerla.
Almeno nel caso della Yugoslavia, l'approccio dell'Osservatorio di Helsinki per i Diritti Umani differisce fondamentalmente da quello di Amnesty International perché non punta l'attenzione su specifici abusi che possano essere corretti, né a riforme, ma solo a screditare lo stato preso di mira. Per la natura eccessiva delle sue accuse non si allea con le forze riformiste della nazione in oggetto ma piuttosto le indebolisce. La sua mancanza di equilibrio, il suo rifiuto di qualsiasi sforzo per rimanere neutrale fra le parti in conflitto contribuisce ad una polarizzazione piuttosto che a una riconciliazione e ad un mutua comprensione; contribuisce perciò, deliberatamente o no, ad approfondire il ciclo della repressione e del caos che alla fine potrebbe giustificare o richiedere un intervento esterno.

Questo è un approccio che, insieme con la globalizzazione economica, rompe le difese e l'autorità degli stati più deboli. Invece che aiutare a rafforzare le istituzioni democratiche a livello nazionale sostiene la nozione di democrazia ad un livello più astratto, quello della "comunità internazionale", i cui sporadici interessi di parte nella regione sono emanazione degli interessi del "Grande Potere", delle lobbies, dei media e delle ambizioni delle "organizzazioni non-governative" - spesso collegate con i governi più potenti - la cui reciproca competizione per ottenere fondi fornisce la motivazione per esagerare abusi che esse stesse sono poi deputate a denunciare. La prontezza con cui osservatori 'distratti' accolgono le accuse più estreme serve a discreditare e alla fine a privare di potere l'autorità statale nella ex-Yugoslavia. Questa "comunità internazionale" può veramente essere presa sul serio quando ammonisce Ibrahim Rugova e i suoi seguaci che non vuole un Kosovo indipendente o ancor meno una Grande Albania. La logica delle sue azioni è di ridurre l'intera regione ad un caos ingovernabile da cui non può emergere alcuno stato indipendente ma piuttosto un nuovo tipo di dominio coloniale collegiale della comunità internazionale.



Note:

Diana Johnstone was the European editor of In These Times from 1979 to 1990, and press officer of the Green group in the European Parliament from 1990 to 1996. She is author of The Politics of Euromissiles: Europe in America's World (Verso/Schocken, 1984) and is currently working on a book on the former Yugoslavia. This article is an expanded version of a talk given on May 25, 1998, at an international conference on media held in Athens, Greece. [top]

(1) " Etnicamente definite" perché nonostante la motivazione accettata dalla comunità internazionale che solo le Repubbliche (al plurale) potevano invocare il diritto alla secessione, tutti i motivi per il riconoscimento dell'indipendenza della Slovenia e della Croazia si sono fondati sul diritto di Sloveni e Croati a tale autodeterminazione. L'asserzione che fosse impossibile restare nella Federazione Yugoslava dato che i Serbi erano così oppressivi ha costituito per i leaders nazionalisti al potere nelle repubbliche il pretesto pubblico per legittimare i loro staterelli. Il riconoscimento dei confini amministrativi è stato un sostegno de facto per i nazionalismi non-serbi, nel nome dell'antinazionalismo. Nessun altro atto singolo è stato così decisivo nel determinare il successivo destino della nazione. Un'infinità di libri, articoli e dichiarazioni hanno incolpato delle guerre in Yugoslavia un solo nazionalismo e un solo uomo, Slobodan Milosevic, sviando così l'attenzione dalle responsabilità degli altri protagonisti interni e internazionali, per non menzionare l'importanza dei fattori economici e costituzionali. Un'eccezione notevole in questo coro è l'accurato resoconto di tali fattori fatto da Susan Woodward in Balkan Tragedy: Chaos and Dissolution After the Cold War, Brookings, Washington, 1995. [top]

(2) La posizione separatista di Adem Demaqi è una riprova del fatto che ci vogliono molti anni di prigione prima di fare un "Mandela". [top]

(3) Il fatto è "presunto" dato che l'etnia albanese ha boicottato il recente censimento del 1991. [top]

(4) Il documento del 1998 dell'autorevole International Crisis Group (ICG) ( in generale ben documentato) , denominato Spring Report, commenta la sua decisione di fare sempre riferimento agli albanesi del Kosovo come "Kosovari" in questo modo: " I Serbi che vivono in Kosovo sono talvolta chiamato Kosovari. In questo rapporto tuttavia 'Kosovaro' designerà sempre l'etnia albanese del Kosovo. I Serbi usano per gli Albanesi sia il termine 'Albanci' sia quello spregiativo di 'Siptar'...". Innanzitutto, dare all'etnia albanese e non ai serbi un nome correlato alla regione implica che si è stabilito che l'etnia albanese appartiene veramente al Kosovo mentre i serbi sono degli estranei. E' stata fatta la stessa cosa in passato quando è stato adottato il termine "Bosniaco" esclusivamente per gli abitanti mussulmani della Bosnia-Erzegovina. In Kosovo l'appropriazione del nome della regione è ancor più opinabile, dato che un notevole, sebbene imprecisato, numero di albanesi "kosovari" sono immigrati nel Kosovo piuttosto di recente, durante l'occupazione fascista in tempo di guerra o dopo, quando i leaders del partito dell'etnia albanese consentirono l'immigrazione illegale dalla stessa Albania. Nel lungo rapporto dell'ICG non c'è accenno a questa immigrazione clandestina dall'Albania al Kosovo. L'affermazione del documento in cui si dice che: "I Serbi usano.. il termine spregiativo Siptar" è altrettanto opinabile. Il termine in lingua albanese per designare gli abitanti dell'Albania è precisamente 'schipetaro'(Shqiptar), scritta in serbo come 'Siptar'. Questo è il modo con cui gli albanesi hanno sempre chiamato se stessi; 'schipetari' significa 'uomini-aquila' ed è difficile considerarlo spregiativo. Nessun accenno viene fatto sui termini spregiativi con cui gli albanesi designano i serbi... Proprio all'inizio del rapporto dell'ICG si fa cenno all'importanza del Kosovo per Serbi e 'Kosovari'. Parlando dell'importanza per i Serbi il paragrafo inizia così: " Secondo la mitologia serba il Kosovo è la culla della loro nazione...". Parlando dell'importanza per i Kosovari ( cioè gli Albanesi) , dice: " Come discendenti degli antichi Illiri.."; in tal modo la storia interamente documentata del regno serbo è descritta come 'mitologia' mentre l'ipotesi albanese è accettata come 'fatto'. Con un comitato di direzione, che include George Soros e altre figure politiche di spicco come Shimon Peres e il principe di Giordania, finanziato sia da governi che da fondi privati, l'ICG è il perfetto "strumento ideologico" per la "comunità internazionale", e al più alto livello... [top]

(5) Radovan Samardzic e altri, Le Kosovo-Metohija dans l'Histoire Serbe, pubblicato da L'Age d'Homme a Lausanna nel 1990, e Dimitrije Bogdanovic, Knjiga o Kosovu, Serbian Academy of Sciences and the Arts, Belgrado, 1985. Gli storici serbi osservano che le due etnie hanno coabitato nella regione sin dal medioevo ma erano differenziate per quanto riguarda le loro attività economiche. I nomi delle località, i testi giuridici e i documenti tributari indicano che nel 13 secolo i Serbi erano agricoltori e concentrati nelle pianure, mentre gli Albanesi ( e i Vlachs) erano pastori che si spostavano tra le montagne secondo le stagioni di pascolo. Un altro interessante esempio di specializzazione etnica è l'immigrazione di Germani dalla Sassonia per lavorare nelle importanti miniere d'oro e d'argento di Novo Brdo, vicino a Pristina, all'apice del regno Serbo. Naturalmente queste distinzioni lavorative sono andate perdute in tempi più moderni. (Cfr.: Samardzic, 1990, p.30. Cfr. anche Georges Castellan, Histoire des Balkans, Fayard, 1991, p.66.) [top]

(6) Castellan, pp 211-214. [top]

(7) Branka Magas, nell'introduzione a The Destruction of Yugoslavia, London, Verso, 1993. [top]

(8) Susan Woodward osserva che gli stessi leaders liberali serbi che avevano tentato di denunciare il nazionalismo degli intellettuali facendo trapelare il Memorandum incompleto , volevano ridurre l'autonomia del Kosovo per pure ragioni economiche, ma non hanno intravisto alcun modo per farlo. L'ex-banchiere Slobodan Milosevic ha trovato la scusa politica per farlo difendendo i Serbi del Kosovo: il trucco politico ha costruito la propria base di potere. Ibid., p. 78. [top]

(9) "Bewaffneter Widerstand formiert sich", Frankfurter Allgemeine Zeitung, 4 marzo 1998. Si può notare che il Frankfurter Allgemeine Zeitung è l'ultimo giornale al mondo che possa essere accusato di essere filo-serbo. [top]

(10) "Minoritées albanaises et geopolitique de l'hrone", La Depêche Internationale des Drogues, Paris, No 57, Luglio 1996. [top]

(11) "Da presidente della Yugoslavia nel 1992-93 Dobrica Cosic aveva cercato dei contatti riservati con i leaders albanesi del Kosovo. Voleva discutere la divisione territoriale della provincia con la parte albanese, eccetto che per un numero di enclaves serbe che dovevano essere lasciate alla Serbia. Questa proposta fu rigettata dai leaders albanesi." Tim Judah, The Serbs, Yale University Press, 1997, p.307. [top]

(12) L'analisi di Cosic della situazione del Kosovo, come è stata espressa prima e durante il suo mandato di presidente della Yugoslavia ( sbrigativamente messa da parte da Milosevic a metà del 1993 pensando forse che il prestigio interno di Cosic non fosse esportabile e perciò di alcuna utilità) si può trovare nella raccolta dei suoi scritti del 1994 pubblicata da l'Age d'Homme sotto il titolo L'Effondrement de la Yougoslavie. [top]

(13) Ibrahim Rugova e la sua Lega Democratica del Kosovo (LDK) sono descritti nel modo seguente da Tim Judah , in The Serbs, Yale University Press, 1997:" Il partito è guidato da Ibrahim Rugova il cui padre fu fucilato dai comunisti quando questi riportarono il controllo yugoslavo nella regione. Il suo simbolo personale è il foulard che indossa in ogni occasione. L'LDK tollera poco il dissenso e coloro che lo sfidano sono brutalmente tacitati nelle pubblicazioni e possono anche ricevere l'ostracismo dalla ristretta e consolidata comunità albanese. Il Kosovo è strano perché , nonostante la repressione costante della polizia, i politici albanesi hanno tenuto un sondaggio semi-clandestino , hanno dichiarato il Kosovo 'indipendente' , hanno messo in piedi un sistema educativo parallelo e hanno acclamato Rugova presidente della Repubblica del Kosovo. Guai a tutte le famiglie albanesi o ai negozi o agli uomini d'affari che non paghino le tasse richieste dalle organizzazioni nazionaliste! Nelle sue funzioni di presidente, Rugova esce in grande stile dal suo quartier generale , un vecchio edificio di legno decrepito, sale su una limousine sorvegliato dalle sue guardie del corpo e gira per Pristina proprio come un vero presidente balcanico. Un governo in esilio al completo di tutti i ministri si sposta fra Tirana, la Germania e Skopje. Rugova viaggia all'estero per ottenere il riconoscimento internazionale del suo stato fantasma, ma nonostante le scocciature alle frontiere per il suo passaporto, non è mai stato arrestato da quando ha cominciato a sfidare il potere serbo con questo stile così impudente." [top]

(14) International Herald Tribune, 18 marzo 1998. Due mesi dopo, Rhodes si è affrettato a spedire una lettera allo stesso giornale attaccando con veemenza Jonathan Clarke che ha avuto la temerarietà di scrivere un equilibrato articolo intitolato: "Non incoraggiamo gli obiettivi separatisti degli albanesi del Kosovo". Rhodes ha accusato Clarke di far eco alla propagada di Belgrado e di dar l'impressione di "favorire la pacificazione a prezzo di assassinii, torture e la negazione totale dei diritti umani degli Albanesi del Kosovo." [top]



la nato bombarda la jugoslavia

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