LIVIA AROMATARIO:
Noi, un po’ tutte, ci siamo sentite toccate da quello che ha detto Simona Lunadei, perché quando abbiamo iniziato a lavorare al seminario siamo partite anche noi con numerosi degli stereotipi che poi abbiamo riconosciuto come tali. Proprio riguardo all'UDI, si era posto da parte nostra un grosso blocco: venivamo, cioè veniamo, da una posizione molto rigida nei confronti dell'UDI e invece poi il lavoro che abbiamo fatto per questo seminario ci ha fatto ripensare completamente quegli anni. E anche il discorso dell'assistenza, abbiamo cercato di affrontarlo nel tentativo di leggerlo comunque come un momento in cui c'era stato uno sforzo di autonomia delle donne nella dimensione pubblica, quindi uno sforzo politico delle donne, autonomo.
Ciò che ha detto Simona Lunadei ci ha un po’ toccato, perché se è uscito questo, volevo dire che non credo che ci fosse una tale intenzionalità nelle nostre relazioni.
SIMONA LUNADEI:
Ci si aprirebbe in qualche modo il mondo, ora. E' chiaro che ci sono state donne che si sono raccontate subito, su questo non vi è dubbio. Il numero di Noi donne, rivista dell'UDI, del maggio del '45 riporta già una biografia di Marisa Musu. Voglio dire, ci sono donne che si sono subito raccontate. Però come si sono raccontate? Si sono raccontate attraverso alcune domande che erano dentro la società, cioè chi chiedeva loro le cose, voleva sapere le azioni militari che avevano fatto, i sacrifici, i contributi, i rapporti etc. Nessuno ha mai chiesto loro allora, e lo si sta facendo adesso (qualche volta), quale era il banale quotidiano, che poi invece è fatto delle cose che incidono nella profondità della costruzione di una identità singola e collettiva.
Queste sono domande che si fanno adesso; adesso si fanno domande anche a quelle che non si chiamano Marisa Musu, vale a dire alle donne che non hanno avuto un ruolo immediatamente riconosciuto perché per esempio sono diventate parlamentari. E queste sono le donne che, per esempio, più si stupiscono che tu faccia loro queste domande, perché dicono: "per cinquant'anni nessuno mi ha chiesto niente, ma in fondo era perché io non ho fatto niente".
In queste parole c'è quella torsione di ottica che viene dalla storia delle donne, almeno qui in Italia, cioè di considerare come soggetti banali (dove io per banali non intendo fare delle riduzioni, tutt'altro!) le donne comuni, le donne che non hanno fatto grandi imprese ma hanno vissuto tutti i giorni. Ma allora lì effettivamente è molto difficile e questo lo dico anche per "rispondere" alla domanda che faceva lui a proposito di cosa sia stato il '45 (che apre a tutta una prospettiva storiografica). Anche qui un grande rispetto per chi ha operato, a tutti i livelli possibili in cui ha operato, per cercare di capire poi effettivamente quanto queste modifiche siano avvenute o non siano avvenute: io credo siano state molto grosse, però siamo ancora molto indietro, insomma diciamocelo, non è per farsi una colpa collettiva ma è così...
SILVIA BONANNI:
Noi abbiamo provato, in questo seminario, a mettere in evidenza non soltanto le donne che "avevano fatto qualcosa", ma non ci siamo riuscite, perché non siamo riuscite ad entrare in contatto con quelle donne. Volevamo intervistarle, però l'unica prospettiva che ci si apriva era andare in giro per Trastevere, individuare una donna con più di settant'anni e provare a vedere se ci diceva qualcosa. Avremmo potuto farlo e non l'abbiamo fatto, direte; comunque era un problema che ci eravamo poste perché sentivamo che stavamo intervistando una categoria particolare di donne.
Marisa Musu, per esempio, tra "le particolari" appartiene ad una categoria ancora più particolare perché è stata una gappista ed inoltre proviene da una famiglia di un certo tipo che l’ha privilegiata rispetto a certe scelte. Rispetto per esempio al dopoguerra, Marisa Musu non è una donna che avrà il problema del ritorno a casa dopo aver fatto la Resistenza, perché comunque ha una famiglia che la sorregge, ha studiato per cui comunque sarebbe stata una donna che non rientrava a casa.
Dunque, abbiamo provato ad ampliare il nostro orizzonte ma ci è risultato difficile. Questo dato non è potuto emergere in modo chiaro, quindi mi interessava pure sottolineare il fatto che, come abbiamo detto, non è vero che esistevano solo le donne che poi hanno avuto più visibilità.
Poi, volevo dire solo un’altra cosa rispetto alla "memoria": abbiamo messo nella cartellina in distribuzione una pagina tratta dal libro "Se questo è un uomo" di Primo Levi, dove è descritto il fatto che l'incubo peggiore per chi stava nei campi di concentramento e pensava, immaginava il proprio ritorno alla "vita di sempre", fosse quello di non essere ascoltati, di sentire che nessuno avrebbe preso in considerazione l'esperienza traumatica del lager.
DOMANDA:
Io volevo dire un paio di cose, sicuramente anche banali ma forse chiarificatrici. Volevo parlare della valenza sociale della guerra: la guerra è sempre esistita e in tutte le guerre le donne hanno sempre partecipato, o di propria volontà o sono state travolte, perché la guerra porta con sé tutto quello che trova, donne e uomini.
La donna in questo caso particolare -la Resistenza italiana- ha avuto un ruolo ben preciso di staffetta: le donne generalmente facevano questo, portavano comunicazioni perché erano le uniche che potevano farlo. Le donne, in quanto tali, non dovevano scappare sui monti come i loro uomini, perché magari non avevano problemi con la giustizia, non avevano la minaccia di morte se non andavano in Spagna, per cui potevano rimanere in città e potevano portare informazioni e cibo, e questo è stato secondo me il ruolo reale al di là di tutto. Perché, la guerra ha un forte potere di ribaltamento dei ruoli generalmente accettati, perché tira in aria un po' tutto quanto e la donna, quindi, si trova a partecipare in maniera più estrema alla vita sociale, a essere più visibile. Comunque facevano questo lavoro di staffetta, a quanto ho capito io, perché non erano controllate in quanto donne, per cui potevano passare etc.
Volevo segnalare un libro molto interessante che parla proprio delle cose di cui stiamo discutendo adesso: si tratta de "L'Agnese va a morire" della Viganò, in cui si narra appunto di una vecchia donna che per tutta la vita non aveva fatto altro che la madre di famiglia campagnola, occupata a tirarsi su le sue quattro galline, che di politica non si era mai interessata. Ad un certo punto però gli uomini non c'erano più, perché o stavano in guerra o stavano necessariamente sui monti, e lei si ritrova a fare la staffetta.
All'improvviso tutto questo sparisce, il ruolo importantissimo della donna viene immediatamente dimenticato. Dimenticato è la parola esatta, secondo me, perché io ho sentito molte donne che hanno partecipato alla Resistenza, che hanno detto che c'era voglia di dimenticare, di dimenticare gli anni in cui la vita non valeva niente, in cui potevi essere ammazzato quasi senza motivo, semplicemente per ripicca o perché passavi di lì in quel momento, ma non era il momento giusto. Dimenticare da parte di tutti, da parte delle donne, così anche il fatto che chi tornava dai lager non era ascoltato perché la gente voleva veramente solo dimenticare..... e in più, non ci dimentichiamo come è finita questa guerra. Al di là di quanto detto ci sono delle motivazioni politiche molto forti, perché la guerra è finita grazie all'intervento degli americani, e gli americani, li conosciamo, sono simbolo di un potere del tutto maschilista e reazionario -almeno a mio avviso- ed in più dobbiamo tenere conto del ruolo della Chiesa, che è stato molto importante nel nostro paese.
Lui spiegava perché la situazione in Danimarca ha retto e qui no. Qui c'è stata una violenza inaudita, c'è stato il fascismo, una guerra devastante per tutti, dei problemi grandissimi. Per cui tra gli americani, la Chiesa, il fatto di dimenticare gli orrori di quell'anno, perché ricordiamoci che il '43 e gli anni a seguire furono tempi di orrori totali e per tutti, mi sembra che sia per questo che è stata accantonata la storia delle donne. Mentre appunto le donne hanno avuto un ruolo determinante nella Resistenza, per necessità: "stavano tutti sui monti- dicevano a loro stesse- io devo assolutamente fare questo perché sono l'unica persona che lo può fare".
Per cui non necessariamente era, secondo me, una manifestazione di coscienza politica; poteva essere qualche altra cosa molto più a livello di necessità quotidiana, come si diceva prima. Questo non vuole essere un giudizio, perché comunque la storia della liberazione, dell'autocoscienza delle donne viene da lontano e va altrettanto lontano.
FRANCESCA KOCH:
Non credo ci sia risposta a quello che ha detto lei, semplicemente volevo sottolineare che le conquiste non si fanno durante la guerra.
La guerra non lascia margini per questo tipo di conquiste, è piuttosto un momento di sospensione, un momento tragico; ma le reali conquiste si ottengono attraverso il conflitto quotidiano e negli anni di pace.
C'era per esempio un riferimento anche all' Intifada che, finché è stata una realtà di vita quotidiana gestita anche dalle donne, ha avuto momenti di reale avanzata, poi quando è stata condotta in maniera più forte con momenti di maggiore esasperazione, di maggiore fanatismo, ha subìto una battuta d'arresto rispetto alle conquiste di lenta appropriazione dei diritti e di possibilità di convivenza. E purtroppo anche le notizie che ci giungono dalla ex-Jugoslavia, ci dicono la stessa cosa: che non c'è più spazio per esercitare un conflitto quotidiano all'interno della convivenza tra i sessi e tra i cittadini perché, appunto, la guerra non è un momento di emancipazione: è un momento in cui bisogna far fronte a certe urgenze, ma il reale cambiamento avviene solo all'interno di una convivenza dal carattere pacifico. Anche rispetto alle conquiste riguardanti il lavoro: è vero che le donne durante sia la prima che la seconda guerra mondiale hanno fatto lavori tradizionalmente assegnati agli uomini, ma di questo poi non si è riuscito a fare un punto di non ritorno, perché le conquiste sono state fatte dopo in modo più lento e con altri percorsi.
Ringraziamenti e chiusura della giornata.
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