Le mutilazioni genitali femminili : un fenomeno europeo in costante crescita, la legislazione europea Il caso francese..
- parte prima -

Introduzione.

Il fenomeno dell'immigrazione di intere comunita' africane, magrebine, kurde, e di tutta quella parte di popolazioni che, in questi ultimi decenni e a partire dagli anni '90, ha "invaso" le principali citta' italiane del nord Torino, Milano, Genova e poi ancora le citta' d'arte come Firenze, Bologna, Roma, proseguendo verso il sud Priverno, Napoli, Salerno, Puglia e cosi' di seguito, fino in Sicilia e Sardegna. Noi abbiamo guardato con sospetto a queste donne e uomini, bambini e vecchi, spesso bagnati, laceri, contusi, ed umiliati, chiedendoci raramente il "perche' sono qui". La nostra lontananza da loro si vede da molti, troppi segnali e dopo vent'anni molti si chiedono ancora "chi sono gli/le immigrate"? Ma soprattutto hanno cominciato a chiederselo molte donne, molte operatrici del servizio sociale e del settore educativo. A tutto questo "improvviso" interesse ha fatto eco la nascita di una figura di collegamento, la mediatrice culturale, che ha portato le voci di queste donne, isolate e confuse, a divenire chiare e solidali con quelle delle altre donne italiane ed europee.
Ma perche' questa brevissima introduzione? Forse solo per dire che finalmente oggi le donne immigrate sono in qualche misura studiate, analizzate, oggetto (e qualche volta soggetto) di molte ricerche, relazioni, interviste che prendono il via dalla loro cultura e dalle abitudini che, ogni comunita', porta con se' nel nuovo paese ospitante. Ma non tutto e' possibile dire e conoscere di queste donne. Ci sono aspetti legati alla religione, alle usanze di molti paesi musulmani che preferiamo ignorare o non considerare importanti. Ma oggi bisogna squarciare questo potente velo d'indifferenza che noi donne occidentali abbiamo interposto con le nostre vicine e compagne di viaggio.
Dobbiamo gridare con voce forte il nostro no alle mutilazioni genitali femminili, un crimine perpetrato contro tutte le donne, che non si puo' omettere perche' non esistono isole felici dove esse non vengano praticate. Cosi' come dobbiamo moltiplicare gli "esperimenti" che vanno nella direzione di maggiore conoscenza delle attese e degli aspetti delle donne immigrate, le cui esperienze sono per noi un importante contributo alla nostra stessa crescita e alla ricostruzione non solo della legittimita' dell'altro (femminile e maschile), ma anche alla costruzione di modi di convivenza basati sullo scambio e sull'arricchimento reciproco. La materia di cui tratta questo articolo del terzo numero del Junius Brutus, intende porsi come il primo di una serie, con cui si ha intenzione di aprire un analisi approfondita della condizione delle donne a livello internazionale ed, in particolare, cercare di definire e collocare storicamente, economicamente e culturalmente, la situazione delle donne musulmane in Italia, ma che comprenda anche le immigrate dalle altre aree del mondo.
Questo percorso di analisi del vissuto quotidiano delle donne e del loro rapporto con l'Islam, ma anche con altre religioni monoteiste, prende spunto da una serie di letture e ricerche che la compagna - redattrice di questo articolo, ha avuto modo di fare, ma anche dall'emozione e dalla rabbia provocata dalla considerazione delle motivazioni e degli argomenti religiosi (che non sono solo islamici, come comunemente si crede, ma anche cattolici, ebrei, ortodossi), invocati a difesa di questa pratica infame. Non voglio dilungarmi oltre ma stabilisco subito un primo punto fermo : ognuna delle motivazioni richiamate per giustificare le mutilazioni genitali femminili contiene sempre un uguale presupposto di partenza : la negazione della liberta' sessuale delle donne ed il controllo del suo corpo da parte degli uomini.
Diciamo subito che con il termine Mutilazioni Genitali Femminili (da ora MGF), s'intende una serie di pratiche, diffuse in molti paesi, che mirano ad alterare la conformazione degli organi genitali femminili esterni per finalita' non terapeutiche. Per molto tempo si e' utilizzato il termine "circoncisione femminile" per indicare l'insieme di queste pratiche, che pero' oggi e' in disuso, perche' tende ad assimilare questa procedura molto devastante, alla circoncisione maschile. Per questo ad esso, si sono affiancati altri termini come Sunnah, escissione, infibulazione e "circoncisione faraonica", con cui si indica un processo simile all'infibulazione osservato nelle mummie di sesso femminile dell'antico Egitto, ma l'uso di questo termine e', in questo caso, improprio, poiche' si tratta di un intervento ottenuto dopo la mummificazione, piuttosto che di un intervento dal vivo. Per questa ragione l'Organizzazione Mondiale della Sanita', nel 1996, ha proposto una classificazione standard che distingua le quattro forme principali di mutilazioni, da tutte le forme intermedie praticate.
Ma prima di affrontare dettagliatamente le singole caratteristiche medico - chirurgiche e le conseguenze psicologiche e sanitarie derivate da queste pratiche, collochiamo geograficamente le Mutilazioni Genitali Femminili, che sono diffuse prevalentemente in Africa, dove interessano circa 25 paesi della fascia sub - sahariana, dalla Mauritania al Senegal ad Ovest, fino ai paesi del Corno d'Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea, Gibuti) ad Est; mentre a Nord arrivano a includere l'Egitto, ed a Sud la Tanzania, lambendo anche il Mozambico. La forma piu' distruttiva di mutilazione, l'infibulazione (tipo III), interessa soprattutto la Somalia, l'Eritrea, il Sudan, l'Etiopia Gibuti e Mali. Ancora, le MGF sono praticate anche in alcuni paesi del Golfo Persico (Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti), e, sebbene limitatamente a gruppi minoritari, anche in America Meridionale (alcune etnie di Indios amazzonici), in India ed in Estremo Oriente (Indonesia e Malesia). Negli ultimi anni, a causa dei flussi migratori, queste pratiche si ritrovano anche in Australia, in Europa (compresa l'Italia) ed nel Nord America. Mentre sono assenti in altri paesi con religione musulmana. Su base planetaria si calcola che la popolazione femminile sottoposta a questo tipo di pratiche sia valutabile tra i centoventi ed i centoquaranta milioni di donne, e che, ogni anno, circa 2 milioni di bambine rischiano di subire queste pratiche, non solo nel loro paese d'origine, ma anche in quello d'adozione. Appare evidente, quindi che le mutilazioni genitali femminili sono condizionate e correlate alle molte implicazioni sociali, culturali e religiose e, benche' accomunate per convenzione, sotto la medesima sigla, esse sono molto diverse per quanto concerne le conseguenze sociali, sanitarie e psicologiche che da esse derivano Di conseguenza, non solo possono essere assai diverse le pratiche, ma anche le loro modalita' di esecuzione, le motivazioni culturali ed antropologiche su cui si basano, le eta' in cui vengono eseguite, gli operatori che le effettuano e la partecipazione della comunita' o etnia di riferimento.
Per quanto riguarda l'eta', la mutilazione puo' avvenire dalla prima settimana di vita alla prima infanzia, prima della puberta' o durante il corso della prima gravidanza, per quanto, si tratti di un rito che precede il menarca e che ha la funzione di preparare la ragazza a diventare una donna adulta. Un caso a parte e' quello della reinfibulazione, che riguarda le donne che hanno partorito, operazione che serve a ristabilire la stessa condizione antecedente il parto e che risulta molto dolorosa per le donne sottoposte all'intervento. Anche gli operatori sono quanto mai vari : levatrici tradizionali, donne anziane, "esperte", membri di gruppi sociali ben definiti (ad esempio, le "midgan" in Somalia), un barbiere, la moglie del fabbro; generalmente, tuttavia, si tratta di un intervento che avviene essenzialmente in ambito femminile, senza la partecipazione dei maschi. L'intervento presenta molte varianti, da cerimonie rituali collettive, a sedute individuali o familiari, benche', in ambiente cittadino ed in alcuni paesi, vi sia anche l'ospedalizzazione della bambina : in questo caso allora l'intervento avviene in forma piu' o meno ospedalizzata (anestesia e strumenti sterilizzati). In ambiente rurale, tuttavia, prevale ancora oggi l'esecuzione di tipo tradizionale, senza anestesia e senza sterilizzazione degli strumenti utilizzati che non di rado, sono assai rudimentali (lamette da barba, coltelli, pezzi di latta o altre superfici taglienti) fattori che, come e' facile intuire e, come si vedra' piu' oltre, concorrono pesantemente a determinare le conseguenze cliniche derivate dalla mutilazione ed alla diffusione dell'AIDS.br> L'OMS, ha articolato le MGF in questo modo :
MUTILAZIONI DI TIPO I : Incisione o ablazione del prepuzio clitorideo. E' la forma di mutilazione meno cruenta ed e' quella che viene talvolta definita "sunnah". Questo termine appare sconsigliabile, perche' richiama ad un ipotetica regola religiosa. Questa forma a volte e' limitata ad una piccola escoriazione da cui fare stillare poche gocce di sangue ("sette"); in altri casi puo' accompagnarsi anche all'ablazione di parte del clitoride. Le forme intermedie tra un tipo e l'altro sono numerose.
MUTILAZIONI DI TIPO II : Asportazione ("escissione") del prepuzio clitorideo e del clitoride, con asportazione parziale o totale delle piccole labbra. E' una mutilazione piu' cruenta della precedente, ed e' particolarmente diffusa in Egitto, in alcuni paesi dell'Africa Orientale e, tra numerosi gruppi etnici della fascia sub sahariana : e'' l'escissione propriamente detta.
MUTILAZIONI DI TIPO III : Escissione completa del prepuzio clitorideo e piccole labbra, con cruentazione delle grandi labbra, che vengono fatte aderire in modo da cicatrizzare unite, ricoprendo meato uretrale ed introito vaginale. Costituisce l'infibulazione propriamente detta : dopo l'asportazione dei genitali esterni in modo analogo a quanto avviene per il tipo II, la faccia interna delle grandi labbra viene scarnificata e fatta sanguinare. Le due superfici cosi' ottenute, vengono fatte aderire tra loro e cucite insieme, in ambiente rurale, con mezzi di fortuna (ad esempio con spine di acacia), mentre in ambiente sanitario, con punti di sutura. Quest'ultima viene effettuata in modo da lasciare solo un foro posteriore molto piccolo (secondo alcune tradizioni, esso dev'essere "grande come un chicco di miglio") in modo che possa defluire l'urina ed il sangue mestruale. Subito dopo l'operazione, la bambina viene fasciata strettamente, messa a dieta liquida e si attende la guarigione della ferita. Se la piccola non muore per le complicazioni del quadro clinico, al termine del processo di cicatrizzazione si controlla l'ostio residuo e se, esso non e' sufficientemente piccolo, l'operazione si ripete una seconda volta; e' particolarmente diffusa in Somalia, in Sudan e presso alcuni popoli del Mali (Dogon).
MUTILAZIONI DI TIPO IV : Non e' una tipologia classificata in quanto tale, ma comprende diverse altre pratiche lesive dell'apparato genitale femminile. In questo IV tipo rientrano molte forme di intervento con una diffusione limitata a ristrette aree geografiche. Esistono forme in cui vengono lacerate le grandi labbra a scopo medico - rituale, ad esempio per curare la sterilita'; punture, perforazioni o incisioni di clitoride, grandi labbra; incisioni longitudinali della vagina allo scopo di farla retrarre (ad esempio in preparazione ad un secondo matrimonio, per risultate "piu' strette" per il nuovo marito); l'introcisione, praticata da un a tribu' australiana, consistente nella dilatazione traumatica della vagina in preparazione della prima notte di nozze; introduzione di sostanze vegetali o corrosive in vagina con lo scopo di dilatarla oppure di restringerla.

Le motivazioni che permeano queste pratiche sono molte e si richiamano a precetti religiosi, pratiche sanitarie, detti popolari, particolari lavori praticati dalle donne (per esempio in Somalia, dove molte di loro accudiscono le greggi : la mutilazione genitale praticata impedirebbe, secondo gli usi locali, che gli ovini percepiscano l'odore della donna e si incattiviscano), oppure da dettami religiosi propri dell'Islam; ma per assurdo, in molti paesi si adducono anche motivazioni estetiche, oppure, antropologicamente parlando, le mutilazioni sono parte dei riti di passaggio all'eta' adulta delle bambine che le subiscono. Ma la motivazione piu' forte e' sicuramente il controllo sessuale e politico della donna, cosi' come hanno denunciato molti movimenti femministi negli anni Settanta, quando molte donne africane, Eritree in particolare, con la partecipazione al movimento di liberazione del loro paese, ottennero che le pratiche mutilatorie venissero vietate. Ma le MGF si configurano anche come arma utilizzata per mantenere lo status quo.
Come abbiamo gia' anticipato non solo l'Islam prevede, o meglio, alcune sue interpretazioni, le MGF; esse sono presenti in tutte le religioni (copta, protestante, giudaica, cristiana ortodossa) e sappiamo che in Europa, gia' nel 1822 fu praticata la prima amputazione da parte del medico Graefesu su una giovane "idiota" di quindici anni per curarla in modo definitivo da una "malattia" chiamata masturbazione; anche Broca esegui' - sempre a scopo terapeutico - una infibulazione nel 1863. E, negli anni che vanno dal 1860 al 1870, l'Inghilterra della regina Vittoria praticava diffusamente le mutilazioni genitali, prassi che "esporta" anche negli Stati Uniti dove, ancora nel 1925, il "10% delle misure previste per reprimere la masturbazione femminile era di tipo chirurgico". Ma quali sono le recondite motivazioni che inducono a mutilare le donne? Naturalmente non e' la banale affermazione che vuole che la donna/bambina mutilata conservi la sua verginita', ma l'ancestrale desiderio di chiudere e controllare il corpo (e di conseguenza padroneggiare e negare la sessualita' della donna). In questa ancestrale volonta' di potenza l'Islam (ma non solo) e' molto vicino alle prese di posizione dei medici europei del Medioevo e del Seicento che seguivano le teorie platoniche ed aristoteliche sul ruolo e la funzione del corpo femminile.
Purtroppo, non abbiamo lo spazio per approfondire questo importante aspetto, ma ci soffermeremo sugli sviluppi che questa pratica ha in Europa ed in Italia perche' le donne immigrate nel nostro paese e in quelli europei portano con loro questo modo di concepire e di sentire la loro femminilita'. Ed allora e' importante conoscere quale legislazione e' stata varata nei paesi dell'UE, dove le varie comunita' somale, eritree, egiziane, pakistane, indiane ecc., sono ormai, da molti anni stabili ed integrate. Come si reagisce in Italia a queste richieste, come e se le si previene, con quale legislazione. Ometteremo anche il dibattito tuttora in corso in alcuni Paesi Arabi, ad esempio l'Egitto, paese dove esiste una ferma condanna delle MGF, ed i problemi etico - giuridici esistenti nel contesto islamico, che saranno oggetto dei prossimi articoli del J.B.

Le Mutilazioni Genitali nel contesto internazionale.
Sono diverse le aree geografiche interessate, partendo proprio dall'Africa, dove tutti i paesi in cui vengono praticate le MGF hanno intrapreso, da oltre vent'anni un difficile percorso che porti ad un loro superamento, discutendo sulle MGF ed elaborando leggi e modalita' preventive, che conducano ad un reale cambiamento di questa situazione. In particolare alcuni paesi come il Burkina Faso, l'Egitto ed il Togo hanno vietato per legge le MGF e, nel caso del Burkina e dell'Egitto esse non sono piu' praticate neanche secondo il diritto consuetudinario, come ancora avviene nel Togo. In Africa il primo gruppo di lavoro sulle MGF viene istituito nel 1977 da venti ONG aventi lo status consultivo per l'ONU. Da questo gruppo partono una serie di convegni di studio che avviano il dibattito sulle MGF, la loro prevenzione e l'entrata in vigore di leggi che proibiscono, o comunque regolarizzano, queste pratiche. Nel contesto europeo l'attenzione per le MGF prende corpo negli anni '70 e coincide con l'espansione del movimento femminista e sull'interesse delle Agenzie internazionali sui problemi delle donne. Per questo motivo vengono, nel corso del decennio successivo, indetti una serie di convegni e simposi di studio, il primo dei quali e' la Conferenza di Copenaghen sulla donna (1980) ed il parallelo Forum ONG nel quale femministe statunitensi ed africane si scontrarono frontalmente sull'argomento delle mutilazioni genitali, che le africane dichiaravano essere di loro competenza.
In ogni caso nel contesto internazionale, sono tre le dimensioni in cui si articola la condanna - esplicita ed implicita - della pratica delle MGF : la dimensione dei diritti umani; la dimensione dei diritti della donna e la dimensione dei diritti del bambino. La Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo - 1 dicembre 1948- contiene cinque articoli che formano una base generica di condanna di pratiche come la MGF e rispettivamente sono gli articoli 2, 3, 5, 12 e 25. Ad essa segue la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, 1979, che senza citare direttamente le MGF, all'rt. 2 fa riferimento a tutte le pratiche che discriminano le donne e, fra esse, include le MGF, che invece vengono direttamente richiamate come pregiudizievoli per la salute delle donne e delle bambine in un documento congiunto OMS/UNICEF, sempre del 1980 che condanna ogni tipo di sostegno alla medicalizzazione della pratica.
Il 1986 apre la serie decennale di raccomandazioni dell'ONU, OMS, UNICEF ed ONG, che saranno una costante anche degli anni '90. Infatti, nel 1986 viene divulgato il Primo Rapporto del Gruppo di Lavoro delle N.U. sulle pratiche tradizionali nocive alla salute delle donne e dei bambini, presentato alla 42 sessione della Commissione per i Diritti dell'Uomo. Nel 1990 viene inserito un articolo, il n. 24 (comma 3) di condanna delle MGF, nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei bambini; segue nel 1993 la Dichiarazione sulla violenza contro le donne della Conferenza sui Diritti Umani tenutasi a Vienna; nel 1994 la Conferenza Mondiale su popolazione e sviluppo del Cairo; dell'anno successivo, il 1995, e' la Dichiarazione di Pechino della Quarta Conferenza Mondiale sulla Donna.
Comunque queste prese di posizione delle diverse Agenzie internazionali, sono ben lontane dall'affrontare il reale problema determinato dalle pratiche mutilatorie ed e' proprio nel decennio '80 - '90 che questo aspetto si fa piu' urgente poiche', come sappiamo, l'immigrazione in quegli anni comincia a presentare, in numero sempre crescente, l'ingresso delle donne nei paesi europei, ma anche in Italia. Ed e' per questo che tutti i paesi che condannano le MGF si trovano a dover articolare risposte diversificate alla sempre piu' frequente richiesta di poter effettuare mutilazioni genitali sulle proprie figlie, da parte di genitori immigrati, nelle strutture sanitarie pubbliche. Per questo vengono quindi presi provvedimenti informativi diretti al personale sanitario e medico e sono emanate leggi che rendono illegale questa pratica.
La Svezia, nel 1979 e' il primo stato europeo ad emanare una legge specifica contro le MGF, tuttavia nel paese continuano gli interventi illegali su bambine provenienti dai territori confinanti con la Svezia, cosicche', nel 1998 viene modificata la precedente legge che ora proibisce anche le reinfibulazioni post partum, la pena prevista colpisce anche chi ha effettuato le MGF in un altro paese dove esse sono illegali. Nel 1984 in Svezia viene portato un solo caso in giudizio. Altre nazioni, come l'Australia, Svizzera, Gran Bretagna e Francia iniziano i rispettivi iter legislativi contro le MGF ed e' la Svizzera che gia' dal 1983, su richiesta degli stessi medici, a diramare tramite la Commissione Centrale di Etica Medica, una dichiarazione ufficiale che prende atto del fatto che molti cittadine/ni immigrate/ti chiedono agli ospedali pubblici di far eseguire sulle figlie mutilazioni. Nell'affermare la gravita' delle MGF, le si ritiene una violazione dei diritti dell'uomo e quindi punibili come "lesioni corporali gravi", secondo quanto prescritto dall'articolo n. 22 del Codice Penale svizzero. Anche la Francia, meta dell'immigrazione algerina, si trova ad affrontare questo problema gia' dal 1979, anno in cui ha luogo il primo processo per la morte, a causa di un intervento di escissione su una bambina del Mali. Dalla seconda meta' degli anni '80, in base all'art. 312 del codice penale francese ("violenze sui minori di anni 15"), si conducono numerosi processi contro i genitori immigrati di bambine escisse (tipo II e III) e contro le operatrici che le effettuano, i processi non avvengono solo in caso di decesso delle bambine, ma anche se restano in vita. Attualmente la Francia ha celebrato 25 processi, coinvolgendo decine di casi di escisioni praticate sul suo territorio nazionale, tanto che, dal 1994 sono stati aggiunti due articoli al nuovo Codice Penale francese che rafforzano la legislazione gia' vigente, che ha avuto il suo antecedente nella storica sentenza del 17 settembre 1991 con la quale la Corte d'Appello di Parigi riconosce che le mutilazioni genitali femminili sono una persecuzione ai sensi della gia' ricordata Convenzione di Ginevra. Da questa sentenza deriva anche la decisione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite di concedere asilo a tutte le donne e bambine africane che sanno di essere a rischio di subire le MGF se costrette a rimpatriare nei loro paesi d'origine. A questa direttiva hanno aderito Canada, USA, Svezia e Norvegia. Concludiamo il discorso sulla Francia, ricordando che nel 1982 veniva fondato il GAMS (Gruppo Donne per l'Abolizione delle Mutilazioni Sessuali Femminili), il quale tuttora porta avanti azioni parallele a quelle istituzionali e lavora sul piano della prevenzione e dell'educazione sanitaria delle donne immigrate. Secondo stime recenti (2000), sarebbero 27.000 mila le donne e le bambine mutilate o, a rischio nel paese. A questa attivita' si affianca il lavoro nei consultori con le immigrate attraverso le mediatrici culturali, iniziativa che ha dato buoni risultati in ambito preventivo. Data la vastita' dell'argomento non si puo' terminare l'analisi degli altri paesi europei interessati da queste pratiche e soprattutto non possiamo descrivere quanto avviene in Italia percio' si riprendera' l'argomento in un pezzo successivo, con la speranza di poter articolare, come redazione di Junius Brutus, una discussione con le immigrate su questo argomento.