1° giornata
1°GIORNATA "Le donne nella resistenza"
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ALESSANDRA LANOTTE (COLL. FEMM. SPERIAMO CHE SIA FEMMINA):

Per cominciare, benvenute a tutte. Prima di entrare nel vivo del seminario, vorremmo spendere qualche parola per presentarci, per spiegare come ci è venuta l'idea del seminario e come l'abbiamo preparato. Riguardo il primo punto - il chi siamo -: il Collettivo Femminista "Il Colpo della Strega" nasce circa due anni fa, nell’ ex-centro sociale "Pirateria di Porto" ; per questo motivo non è composto di sole studentesse universitarie. Progressivamente, il collettivo si è reso abbastanza autonomo dal centro sociale anche grazie all'arrivo di donne che non ne facevano parte. I primi tempi dell'attività del gruppo sono stati dedicati alla conoscenza reciproca e da questo è venuto abbastanza spontaneo il momento dell'autocoscienza. Le prime uscite all'esterno sono state stimolate da un dibattito sulla sessualità che si era sviluppato vivacemente fra di noi. Vorremmo sottolineare la nostra partecipazione al Coordinamento dei Collettivi Femministi romani, che è nato un anno fa e che costituisce per noi un riferimento non solo per le attività pratiche, ma anche per l'elaborazione e la discussione.
La preparazione del seminario non ha assorbito tutta l'energia del collettivo, che ha continuato la sua attività indipendentemente; le persone che vi hanno partecipato, hanno lavorato sempre insieme sia per le finalità e le motivazioni, sia per l'organizzazione pratica. Una divisione fra di noi è avvenuta solo per l'approfondimento di alcuni argomenti.
L’idea di questo seminario nasce dall'intento di ripercorrere all'indietro la storia della presenza della donne nella politica in Italia. Partendo dal neofemminismo, di cui abbiamo una memoria molto forte e che comunque sentiamo legato a noi, sia per l'eredità di pensiero che di pratica, ci chiedevamo dove e quando fosse iniziato il cammino che ha portato le donne all'uscita dalla sfera privata per entrare in quella pubblica, politica, e quale consapevolezza di scelta avessero le donne che per la prima volta si presentarono in modo massiccio, numeroso, sulla scena politica. Abbiamo individuato nella Resistenza il nodo iniziale di quel filo della memoria che volevamo collegare con il presente; i perché di questa scelta sono molteplici: innanzi tutto questo periodo segue la seconda guerra mondiale che, a differenza anche di quanto era accaduto nel primo conflitto mondiale, porta il fronte fin nelle case e nelle città, sconvolgendo i ritmi di vita di tutta la società civile e non solo degli arruolati, segnando una rottura netta dei costumi e delle consuetudini, degli equilibri sia pubblici che privati, e quindi familiari.
Il secondo motivo di questa scelta è che nella Resistenza abbiamo riconosciuto il primo momento in cui le donne in Italia entrano in massa sulla scena politica e spesso lo fanno non solo con la semplice partecipazione ma anche con il progetto di costruire una società nuova.
La terza ragione, non meno importante, è data dalla possibilità che abbiamo ancora oggi di raggiungere direttamente le donne che presero parte a quella esperienza politica. Abbiamo verificato quanto la memoria orale, che costruisce la storia attraverso il ricordo di molte diverse storie personali, sia strumento importante, in particolare quando si affronta la storia delle donne, e diamo grande valore alla relazione diretta che ne è il presupposto.

Fissato il punto di partenza nella Resistenza, il vero problema è stato come leggere la storia di questi anni fino a noi; ci siamo accorte, fin dall'inizio, che era necessario liberarci dalle categorie e dagli stereotipi della storiografia ufficiale, che vedono le donne o assenti o in posizione di stretta marginalità.
Per questo scopo fonti essenziali sono state la lettura e la discussione di alcuni saggi di storiche italiane e straniere che si occupano di storia delle donne. La loro ricerca è sempre tesa a ricondurre la storia delle donne a quella generale piuttosto che a farla sviluppare su un piano separato, parallelo. Abbiamo notato che, se nella storia sociale l'attenzione alle donne è un dato già acquisito, nella storia politica rimane da superare ancora un ostacolo, quello della presunta incompatibilità delle donne con la politica, che tende a leggere la loro partecipazione solamente come effetto di un prolungamento, al di fuori dell’ambito familiare, del loro ruolo naturale, quello materno.
Nel tentativo di cancellare questi stereotipi, di tentare una rilettura, abbiamo individuato il nodo principale nella rivalutazione del concetto di Resistenza civile; con questo volevamo restituire dignità politica all'azione di quelle donne che massicciamente hanno partecipato alla Resistenza senza prendere le armi, evitando in questo modo di confondere in un'unica categoria coloro che non fecero la scelta della lotta armata, ma si opposero al fascismo, da coloro che semplicemente aspettarono la fine della guerra.

Nella rilettura degli anni '50, che in genere sono visti come anni di riflusso, caratterizzati, per quanto riguarda le donne, solo dal "ritorno a casa", abbiamo cercato di dare valore alle grandi battaglie che le donne hanno fatto non solo per il lavoro, ma anche per l'emancipazione. Per questo abbiamo individuato nel ruolo svolto dall' UDI (Unione Donne Italiane) una tappa importante del nostro cammino. In questa analisi ci siamo volute soffermare anche sulle ambiguità che spesso abbiamo individuato fra le scelte collettive-politiche e quelle private nell’ambito di questa organizzazione.
L'ultima giornata, l’abbiamo dedicata agli anni '60/'70; per questo periodo il peso degli stereotipi imposti dalla storiografia ufficiale è minore, e minore quindi è stato il lavoro di rilettura, nel senso detto, di quelle esperienze. In questi anni infatti le donne sono sulla scena politica in modo nuovo e massiccio, facendo loro la storia, partendo da sé, determinando con forza sia gli strumenti sia le pratiche di lotta, le forme della politica, i percorsi. Tutto questo è accompagnato da una forte presa di coscienza, non solo attraverso rivendicazioni di tipo emancipatorio, ma soprattutto attraverso un movimento di liberazione che mira ad intervenire sull’immaginario collettivo.

Ciascuna giornata sarà introdotta da una contestualizzazione storica; a questa seguiranno gli interventi delle relatrici. Vorremmo stabilire con chi è qui presente oggi, un dialogo orizzontale, una discussione stimolante sui temi delle tre giornate. Grazie.

LIVIA AROMATARIO (COLL. FEMM. IL COLPO DELLA STREGA):

Adesso seguiranno tre nostri interventi di contestualizzazione storica. Le relatrici invitate, qui presenti, sono Francesca Koch e Joyce Lussu.
Francesca Koch interverrà come storica sul concetto di Resistenza civile e sul ruolo delle partigiane. Joyce Lussu, partigiana e scrittrice, ci porterà una testimonianza diretta.
Alla fine della giornata saranno proiettati due video: il primo è un'intervista a Marisa Musu, una partigiana che fece parte dei GAP a Roma, l'altro è un video che abbiamo realizzato montando immagini di repertorio prese qua e là.

SILVIA BONANNI (COLL. FEMM. IL COLPO DELLA STREGA):

La mia parte della contestualizzazione storica riguarda le donne durante la dittatura fascista.
Vorrei iniziare citando una definizione che ha dato Vittoria De Grazia nel suo libro "Le donne durante il regime fascista" : "[...] la dittatura mussoliniana è un episodio particolare del dominio patriarcale [...] che si differenzia dal "patriarcato liberale" (proprio del XIX secolo) e dal "patriarcato sociale" (dal 1943 in poi, la donna è una cittadina di seconda classe)".
Uomini e donne per il fascismo sono differenti l'uno dall'altra; il regime politicizza questa diversità a vantaggio dei maschi, sviluppandola in un sistema particolarmente repressivo, completo e nuovo, inteso a ridefinire i diritti delle donne come cittadine ed a controllarne la sessualità, il lavoro salariato e la partecipazione sociale.
Il fascismo, quindi, è un nuovo sistema di sfruttamento a base sessuale e si differenzia dagli altri regimi assolutistici in quanto non si accontenta di reprimere e controllare, ma pretende di inquadrare la popolazione nelle proprie strutture ed organizzazioni di massa. Ciò sarà causa di molte contraddizioni per le donne. Il fascismo può essere considerato la risposta italiana alla crisi dello stato liberale che segue la Grande Guerra: tale risposta si può definire "italiana" in quanto nasce dalle condizioni economiche, sociali e culturali dell'Italia del 1918. La guerra, tra le altre cose, aveva richiesto sia un massiccio intervento dello stato nell'economia, sia un grande impiego delle donne nei lavori salariati (con conseguente disoccupazione maschile a guerra finita) e inoltre, come spesso le guerre, aveva portato ad una liberalizzazione dei costumi sessuali.
La fine del primo conflitto mondiale ha come conseguenza l'infoltimento di gruppi di donne già esistenti. Le donne che ne facevano parte si dividevano, più o meno, in socialiste (che lottavano per la rivoluzione operaia), cattoliche e pragmatiche (che si occupavano soprattutto di assistenza).
Lo stato liberale non seppe e non volle -secondo una filosofia politica di laissez-faire che prevedeva il non intervento nelle dinamiche tra i gruppi sociali- sfruttare né riconoscere tali tentativi di partecipazione femminile, che si erano sviluppati soprattutto nel campo dell'assistenza, così come non volle riconoscere il volontariato cattolico. Si allargò dunque il divario tra lo stato liberale e il desiderio di partecipazione delle donne. Queste videro completamente deluse le loro aspettative rispetto al dopoguerra poiché lo stato le lasciò completamente sotto la tutela maschile, stabilita dal punto di vista legislativo nel 1865 (codice Pisanelli sul diritto di famiglia, secondo il quale le donne non avevano propri diritti economici e civili, ma passavano dalla tutela del padre a quella del marito).

Il regime che seguì, il fascismo, invece non perse l'occasione di sfruttare la situazione dandogli un significato politico: in nome della "ricostruzione nazionale" criticò il disinteresse liberale, impose una rigida disciplina alle associazioni e mobilitò nelle sue organizzazioni migliaia di donne del ceto medio, rimuovendo contemporaneamente i cambiamenti portati dalla Grande Guerra.
Cosicché alla vigilia del secondo conflitto mondiale erano circa 3.180.000 le donne raccolte nelle diverse organizzazioni fasciste: per le contadine le massaie rurali, per le operaie il SOLD, poi le piccole italiane, le giovani fasciste nonché le sezioni femminili dei GUF (gruppi universitari).
Riguardo al voto, la politica di Mussolini fu molto instabile: nel 1923 la legge Acerbo concesse il voto a poche donne capofamiglia, ricche ed istruite. Ciò comunque non servì praticamente a nulla poichè tra il 1926 e il 1928 vennero messi fuori legge i partiti di opposizione ed introdotta la lista unica.
Le donne diventano ben presto protagoniste della simbologia della politica fascista: "mogli e madri esemplari" e "milizia civile al servizio dello Stato", contrapposte ai modelli propagandati come esempio negativo di donne-isteriche e donne di strada.
Analizziamo brevemente alcune delle più importanti direttive della politica fascista nei confronti delle donne. La politica demografica: una delle principali preoccupazioni del fascismo fu la crescita demografica, necessaria per due motivi: lo strutturale bisogno di manodopera dell'economia italiana, povera di capitali, e la necessità di disporre di una quantità di popolazione tale da poter giustificare una espansione imperialistica (sulla scia di ideologie note già a cavallo dei due secoli). Nascevano inoltre, già allora, le prime inquietudini rispetto alla difesa della razza.
Per ottenere la crescita demografica, Mussolini utilizzò tre mezzi: la repressione, la propaganda, l'assistenza. Il braccio della repressione fu soprattutto la Chiesa, completamente legata al regime dai Patti Lateranensi del 1929, che contribuì all'oscuramento dell'informazione sulla prevenzione delle nascite. Col discorso all'Ascensione nel 1927, Mussolini segna una svolta nella politica demografica e nella vita delle donne (che negli ultimi anni avevano cercato, a causa della povertà, di limitare le nascite). Alla vigilia dell'eliminazione, quasi totale, del diritto di rappresentanza, Mussolini trova per le donne un nuovo status civile: esse sono cittadine in quanto madri prolifiche. Per prima cosa si intensifica l'azione contro le prostitute (leggi di Pubblica Sicurezza- 1926) in modo da distinguerle nettamente dalle "madri".
La propaganda si attua attraverso mezzi estremamente moderni per l'epoca, che sia il fascismo sia il nazismo useranno per veicolare messaggi altamente conservatori e tradizionalistici.
Il fascismo crea un sistema (che si attua completamente solo negli anni '30) che accanto alla criminalizzazione dell'aborto, punito come crimine contro lo Stato, ed alla chiusura cattolica verso la prevenzione, prevede per quanto riguarda l'assistenza misure come assegni familiari, assicurazioni di maternità, prestiti matrimoniali, etc. Introduce, inoltre, facilitazioni lavorative per i padri di famiglia, premi per le coppie più prolifiche, ed infine la tassa sul celibato (del 1927). Vengono introdotti aiuti economici per le classi medie, avendo rilevato che fra di esse è maggiore il calo demografico, dovuto proprio alla difficoltà economica di mantenere per i figli uno status sociale borghese. Alle classi contadine nulla. Venne istituito il ruolo dell'ostetrica e venne creato l’ ONMI (Organizzazione nazionale maternità ed infanzia- 1925), indirizzato a donne e bambini che non rientravano nelle "normali" strutture familiari.
Famiglia: Mussolini la definì il "pilastro dello Stato". Egli cercò di contrastare, con i mezzi sopra descritti, la trasformazione della famiglia estesa, che con la sua fitta rete di parentele e la sua struttura di clan era praticamente autosufficiente e non pesava eccessivamente sullo Stato. Propagandò, quindi, il modello della "famiglia estesa rurale", quella dei mezzadri, destinata agli stenti e ai sacrifici, tentando anche di imporla agli operai e alle classi medie. Con la politica degli assegni familiari evitò le tensioni sociali e rafforzò il ruolo del capofamiglia (destinatario dei soldi) e la struttura patriarcale. La donna fu relegata ad un ruolo marginale, anche in quello che doveva essere il suo regno, anche l'educazione dei figli le era sottratta ed era affidata al regime. Istruzione e insegnamento: Nella formazione personale delle ragazze, le componenti che giocarono un ruolo determinante furono soprattutto tre: la struttura del regime vale a dire la geniale intuizione di plasmare le nuove generazioni facendole crescere immerse nei valori fascisti. Esso proponeva modelli definiti di uomini e di donne (per i primi la virilità, per le seconde la maternità, l'impegno per lo stato, l'austerità). Veicolo maggiore di tali valori erano i gruppi giovanili del doposcuola (per le giovani borghesi). Qui le ragazze si sentivano importanti perché anche a loro venivano richieste fedeltà ed obbedienza, ma anche perché permettevano loro di uscire di casa e di misurarsi con se stesse attraverso la competizione.
Il secondo fattore fu la religione presente a scuola, nelle riviste femminili -dove erano esortate a non dare troppa importanza ai modelli corruttori della cultura di massa e ad essere indipendenti dal mercato senza essere emancipate- e nelle organizzazioni cattoliche come i Boy Scout. Terzo fattore era la appena nascente cultura di massa: il cinema, la moda (sempre troppo costosa), le riviste etc...
Per quanto riguarda l'istruzione vera e propria, la "legge Casati" del 1859 (che era più o meno quella vigente) non imponeva limitazioni alle ragazze che volessero frequentare la scuola, ed infatti tra le due guerre il loro numero aumentò, anche a causa della disoccupazione crescente. I nazionalisti e i puristi chiedevano però che la cultura diventasse più elitaria; bisognava inoltre diminuire il numero delle donne nel corpo insegnante, poichè non erano ritenute in grado di insegnare ai giovani la virilità e la competitività necessarie ad una classe dirigente. Di qui la Riforma '24:

1) Limitazione delle iscrizioni al liceo classico per le donne (e dunque all'università);
2) Diminuzione delle scuole per i maestri;
3) Istituzione della facoltà di magistero;
4) Costituzione del liceo femminile.

Redattore della legge fu Giovanni Gentile, per il quale le donne non erano assolutamente capaci di comprendere né l'aspetto trascendentale né quello etico della civiltà, e quindi tantomeno di insegnarlo. Potevano solo studiare materie giudicate di minor valore.
Con le riforme 1926 e del 1928 le donne sono escluse dall'insegnamento di alcune materie -come la filosofia - e dalla possibilità di diventare presidi delle scuole medie (nel '40 anche di quelle tecniche). Per le appartenenti all’ élite non rimaneva che il "liceo femminile", dove le donne venivano preparate alla vita matrimoniale (ovviamente per operaie e contadine il problema non sussisteva, poichè arrivavano alla terza o al massimo alla quinta elementare).
Lavoro: Nel campo lavorativo, il fascismo praticamente non introdusse fino al '38 nessuna nuova discriminazione nei confronti delle donne; si limitò a fare leva sui pregiudizi già esistenti e a propagandare un nuovo modello di donna-madre non lavoratrice.
Quale era la situazione in cui si trovò ad operare? Dopo la prima guerra mondiale le donne erano state espulse in massa dal lavoro per fare spazio agli uomini, e quando ci fu scontro per l'occupazione le donne motivarono la loro presa di posizione esclusivamente con necessità economiche (non emancipatorie), sottolineando come il lavoro fosse una fase di transizione prematrimoniale. Comunque nel 1936 un quarto delle donne lavora ancora.
Per quanto riguarda i salari, essi erano profondamente differenti tra uomini e donne nelle campagne, un po' meno nelle città. Le donne quindi cercavano di andare a lavorare in città, dove però c'era un'alta disoccupazione.
La politica del regime in questo campo fu sottile. L’ alleanza con il capitale, infatti, che tendenzialmente assumeva le donne in quanto mano d'opera a basso costo, non permetteva a Mussolini di attuare una massiccia espulsione di queste dal mercato del lavoro, anche a causa dalla crescente modernizzazione del dopoguerra.
Il regime quindi si servì più che altro della propaganda, convincendo le donne dell'importanza della maternità, varando contemporaneamente delle leggi assistenziali (per esempio sui mesi di maternità) che consideravano le donne come forza-riproduttiva più che come forza-lavoro. Tali leggi resero ovviamente svantaggiosa l'assunzione di donne.
In seguito il regime rafforzò la politica di contenimento, abbassando i salari maschili al livello da renderli competitivi con quelli delle donne: a questo punto furono i sindacati, ormai fascistizzati, a chiedere restrizioni al lavoro femminile per difendere l'occupazione maschile. Inoltre, negli anni '30, Mussolini varò una serie di leggi che abbassavano la percentuale di donne nei posti di lavoro, fino ad arrivare al decreto del 1938 che ne limitava ovunque la quantità al 10%. Questo decreto non avrà però lunga vita poichè, con lo scoppio della seconda guerra mondiale l'eterno "esercito di riserva" costituito dalle donne sarà destinato ad essere arruolato nuovamente.

Chiudo questa sommaria introduzione evidenziando schematicamente alcune delle più forti contraddizioni che il fascismo impose alle donne e che, esasperate dallo scoppio della guerra, portarono le donne a distaccarsi dal regime e, in alcuni casi, a combattere attivamente per il suo affossamento:
- modernismo e tradizione: il fascismo è un regime che utilizza strumenti moderni per veicolare messaggi il più delle volte conservatori. Questa contraddittorietà ha impedito la costruzione di un modello "definitivo" di donna fascista, lasciando ad ognuna il compito di sostenere e ricomporre individualmente gli impulsi della modernità e della tradizione;
- stato e famiglia: se da un lato "la famiglia costituisce il pilastro dello stato", dall’altro esso la pervade, definendone i ruoli e l’organizzazione interna (al punto da suscitare la reazione di una parte del pensiero cattolico);
- il ruolo delle donne: la donna doveva essere una casalinga modello, sottomessa al marito e doveva avere molti figli. Contemporaneamente, però, dagli anni '30 (la "nazionalizzazione delle donne"), doveva partecipare attivamente alle organizzazioni del partito, sempre però in ruoli subordinati o privi di reale decisionalità. Lo stato totalitario invadeva la sua vita privata determinandola e, contemporaneamente, le richiedeva un ruolo pubblico attivo.
- figli ed educazione: il suo ruolo di madre, tanto esaltato, era in realtà sminuito, poichè essa non veniva considerata all'altezza di educare (alla virilità) i figli che, quindi, erano sempre più "irregimentati" ed educati nelle organizzazioni del partito.
Essi inoltre non le appartenevano: erano i "figli della patria" e solo questa poteva "usarli", come farà infatti nel 1940.

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