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LIVIA AROMATARIO:

Io inizierò con lo scoppio della guerra e poi insieme a Francesca arriveremo fino al '48.
Il regime fascista aveva richiesto alle donne di essere contemporaneamente "spose e madri esemplari" e "milizia civile" al servizio della nazione. La guerra però rompe le maglie dei ruoli e si liberano energie a lungo mortificate. La guerra spinge i vari soggetti, in particolare le donne, in nuovi ambiti e spazi, ridefinisce le identità collettive. Le donne non poterono più realizzare la quadratura del cerchio ovvero adempiere al proprio dovere patriottico, consegnando stoicamente figli e mariti ad uno sforzo bellico palesemente inetto, e mettere allo stesso tempo il pane in tavola.
Il 10 giugno del 1940 l'Italia entrava in guerra ma già dal gennaio erano stati razionati i generi di consumo ed erano quindi comparse le carte annonarie. Le condizioni alimentari andarono progressivamente peggiorando e a settembre arriverà il razionamento del pane (200 gr. a testa). A marzo del '43 saranno 150 gr..
E' del marzo '43 la prima grande ondata di scioperi in Piemonte e Lombardia. Sciopera la Fiat Mirafiori a Torino: gli operai escono dalle fabbriche e distribuiscono volantini per pace e pane. Sempre in marzo, in piazza Castello a Torino, migliaia di donne manifestano contro la guerra esortando i soldati a dare le armi al popolo. Lo sciopero si estende alle fabbriche della Lombardia: Pirelli, Falk, Innocenti, Borletti; spesso la partecipazione delle donne è decisiva. Gli scioperi saranno seguiti da una vasta repressione che porterà all'arresto di oltre duemila tra operaie e operai.
Con lo sbarco alleato in Sicilia di luglio, la facile avanzata nel Sud e la caduta di Mussolini, l'Italia si ritrova per l'ennesima volta spaccata in due con il Meridione -o sotto l'amministrazione alleata o sotto il governo Badoglio- che resterà quasi del tutto estraneo alla Resistenza, evento che, come detto, rappresenta per le donne la prima partecipazione di massa ad un moto popolare.
C'è però un dato che accomuna tutta l'Italia: la fame. Sarà per soddisfare i propri bisogni quotidiani che, nell'inverno '43-'44, molte donne del Meridione daranno vita ad un gran numero di manifestazioni, le più importanti nelle Puglie, per l'aumento del sussidio alle famiglie e la regolare distribuzione delle razioni alimentari. Tuttavia la ricostituzione nel Meridione del movimento sindacale e operaio al momento della Liberazione riparte da una situazione prefascista a impronta fortemente maschile.
Solo a partire dalla primavera del '44, nel quadro della generale revisione della politica del PCI di cui parlerò in seguito, si porrà l'obiettivo di costruire un movimento di donne. Le comuniste si troveranno spesso a confrontarsi con una condizione assai difficile di vita e di lavoro, che conduce le operaie e le contadine alla passività e alla rassegnazione.
Il primo modo specifico in cui le donne si presentano sulla scena politica nazionale quando finisce la guerra è l'intervento nella dimensione quotidiana dell'esistenza, nell'ambito della cosiddetta assistenza: il doposcuola e le colonie per i bambini, la distribuzione di pacchi, l'assistenza ai reduci e alle loro famiglie, mense, corsi per bambini/e, ragazzi/e. Tuttavia questa azione avrà caratteristiche diverse procedendo da Sud verso Roma e il Nord, non tanto per il diversificarsi dei bisogni, quanto per la qualità e la coscienza politica dell'intervento. Ad esempio a Roma le comuniste, che avevano acquistato durante nove mesi di attività antifascista grande capacità organizzativa, con attività oltre che militare (nei GAP) e di propaganda anche di presenza nella Resistenza civile, alla fine della guerra gestiscono l'attività di assistenza nell'ottica della costituzione di un movimento di massa. E’ già chiaro per loro che, in un momento di grande bisogno materiale, l'attività di assistenza può divenire un messaggio di lotta e di presa di coscienza. Nel Nord Italia la fine della guerra arriverà solo nel '45, ma forte è la presenza organizzata delle donne già nel luglio '43 quando contemporaneamente con il Cln nascono nell'Italia occupata i "Gruppi di Difesa della Donna e per l'Assistenza ai Volontari della Libertà" (Gdd), che si propongono come organizzazione unitaria delle donne antifasciste; conteranno 70.000 aderenti. Di fatto i Gdd nascono su spinta del PCI e non dal basso, e da subito soffrono per le diffidenze nei confronti dell'egemonia comunista che sarà alla base della sostanziale non adesione delle donne cattoliche ai Gruppi. Nel materiale di propaganda dei Gdd si trovano spesso affiancati temi non specifici -come gli appelli alla attività antifascista e antitedesca- che dovevano investire tanto le donne quanto gli uomini, a temi emancipazionisti come la rivendicazione del diritto di accesso alla politica, della parità di salario, della tutela della maternità, mentre rari sono i riferimenti alle condizioni di vita familiare delle donne. C'è inoltre qualche azione specifica di lotta che è giusto ricordare. Nel dicembre del '43 a Forlì le operaie della Mangelli riescono ad ottenere che la gratifica sul salario (inizialmente di lire 1.000 per gli operai capofamiglia e di lire 500 per le donne) venga portata a lire 1.000 per tutti i capofamiglia indipendentemente dal sesso. Nell'agosto del 1944 a Brescia le operaie della Nida scendono in sciopero per rivendicare, non solo il miglioramento della mensa, ma anche la mensa unica fra uomini e donne. Sempre in agosto nel biellese in una zona liberata dai partigiani, viene sottoscritto un accordo con il quale si riconosce la parità di salario alle tessili del settore laniero: è il “patto della montagna”, il primo accordo di parità di salario.
A fianco e dentro i Gdd c'è l'attività delle 35.000 partigiane combattenti di cui 512 saranno commissarie di guerra. Testimonianze significative di donne combattenti sono state raccolte in due libri : “ La Resistenza taciuta -12 vite di partigiane piemontesi” di Rachele Farina e Annamaria Bruzzone e “Compagne” di Bianca Guidetti Serra. Nel marzo '44 una serie di scioperi per la pace immediata e la fine della produzione di guerra si registrano in tutta l'Italia occupata, ai quali partecipano massicciamente le operaie, in particolare le tessili. Nello stesso periodo si verifica un avvenimento che avrà grosse conseguenze per la politica delle donne: il PCI opera una revisione della sua linea. Il primo obiettivo è l'unità delle forze antifasciste, la questione istituzionale è rinviata alla fine dei combattimenti e viene lanciata l'idea del partito di massa, cioè di un partito presente e radicato in modo capillare nella società civile. E' la svolta di Salerno. In questa ottica Togliatti si rivolge in più occasioni alle comuniste proponendo la nascita di una organizzazione femminile separata, come strumento rivolto in modo specifico alle donne, ma con compiti essenzialmente di supporto e di sostegno alla lotta generale. Questa indicazione sarà alla base dell'immediato sviluppo del lavoro delle comuniste fra le donne del Meridione, mentre nel Nord la questione delle cellule separate all'interno del partito provocherà, alla Liberazione, polemiche e resistenze da parte delle militanti comuniste che troveranno in questa misura organizzativa un modo per porle ai margini della politica vera.
Il 4 giugno del '44 viene liberata Roma e sempre nel giugno si verifica una nuova serie di scioperi nell'Italia occupata. La proposta di Togliatti sarà raccolta nell'autunno '44 quando si costituirà l'Unione Donne Italiane (UDI) a cui seguirà il Centro Italiano Femminile (CIF), le due maggiori organizzazioni femminili del dopoguerra legate rispettivamente al PCI e alla DC. E’ un associazionismo nato sulla base degli schieramenti politici e non dal basso; e quindi, anche se formalmente per un brevissimo periodo le cattoliche faranno parte dell’ UDI, in realtà le due organizzazioni nascono quasi contemporaneamente. I Gdd confluiranno alla liberazione nell’ UDI: tuttavia ci sono delle differenze fra Gdd e UDI, che rendono quest'ultima meno avanzata. Infatti l'appello costitutivo UDI, al contrario di quello dei Gdd, non parla di parità di diritti e di salario ed è improntato più ad uno spirito solidaristico che rivendicativo. Nell'appello UDI si legge: "... l’UDI dovrà dar modo alle donne italiane di partecipare attivamente alla vita politica e sociale del paese promuovendo l'interessamento femminile per quelle funzioni sociali che se fossero esplicate da donne porterebbero seri vantaggi sia alla famiglia che alla nazione" . L'assenza di ogni elemento di polemica politica avrebbe dovuto favorire un approccio migliore con le democristiane cosa che tuttavia non si verificò.
Il CIF è, analogamente all’ UDI, frutto di speculari valutazioni politiche, nato per decisione concordata dell'Unione Donne dell'Azione Cattolica e dell'Istituto Cattolico di Attività Sociali. Così dichiara Maria Rimoldi, presidente dell'Unione donne, illustrandone le finalità : " E' opportuno e necessario creare una corrente di opinione o meglio un movimento apertamente e schiettamente cristiano che convogli la donna verso un femminismo in totale armonia con gli insegnamenti della Chiesa e la prepari, guidi e sostenga per la conquista e l'esercizio dei doveri che le sono propri nella nuova atmosfera nazionale" . Il CIF si prefigge compiti in primo luogo politici così come monsignor Gilla Gremigni nettamente esprime "esso dovrà risolvere il problema ormai urgentissimo delle elezioni amministrative a cui anche le donne che pensano cristianamente dovranno prendere parte per l'affermazione dei principi del Vangelo" .
Abbiamo visto che le due grandi organizzazioni femminili del dopoguerra nascono da iniziative dall'alto, ma questo non significa ignorare gli sforzi che le donne al loro interno fecero di costruire una politica in qualche misura autonoma dai propri gruppi di appartenenza. Il campo privilegiato di questi tentativi, proprio in quanto considerato dagli uomini politicamente secondario, fu quello dell'assistenza, dove l’UDI e il CIF da un lato erano in diretta concorrenza ma dall'altro cercavano un analogo riconoscimento delle nuove capacità femminili nelle sfera pubblica a loro tradizionalmente preclusa. In questo senso, è in una chiave politica che va letta l'intensa attività che solo emblematicamente possiamo chiamare assistenziale. Un generico significato politico delle attività assistenziali era comunque in un certo senso ovvio, dal momento che le drammatiche urgenze della ricostruzione conferivano di per sé un valore pubblico ai compiti femminili di riparazione e di cura abitualmente svolti nella sfera privata. A quel significato le donne dell’ UDI -che, a differenza delle cattoliche, non avevano la carità e l'assistenza nel loro patrimonio ideologico e organizzativo- si sforzano di aggiungere gli elementi di una nuova concezione dell'assistenza, improntata alla solidarietà, in contrapposizione sia alla carità cristiana che al patronage fascista. Per le donne cattoliche, a differenza di quelle di sinistra, l'assistenza non è uno spazio di iniziativa politica ma é riconducibile al sommo valore della carità e rimanda al progetto cattolico di conquista della società civile.
Malgrado queste profonde differenze, CIF e UDI coordinano nei primi mesi dopo la Liberazione una grande mobilitazione femminile di assistenza ai reduci, ai bambini, agli anziani, ai soldati feriti, ai malati, ai sinistrati, agli sfollati. Le iniziative sono molte e diverse: apertura di asili nido e scuole, raccolte di denaro, confezione di abiti, pacchi dono, pasti, visite agli ospedali, aiuto ai bambini delle famiglie più bisognose in forma di colonie per le cattoliche, di ospitalità presso le famiglie dei compagni delle regioni più ricche per le comuniste.

Comunque sembra in generale di poter affermare che i terreni su cui meglio si potevano sviluppare i tentativi di un'impostazione politica di segno femminile non erano quelli legati alla tradizione familiare di cura delle persone - che si trattasse di bambini, di malati, di anziani - in cui era facile che le attività delle donne fossero ricondotte ad un ruolo tradizionale perdendo il loro nuovo carattere politico. Quest'ultimo poteva invece esprimersi soprattutto nei campi della partecipazione delle donne alle amministrazioni locali e al controllo annonario, dove esse potevano ricollegarsi ad una tradizione collettiva anziché familiare: quella antica e ancora viva del legame con la comunità.
Nell'estate del '45 si svolgono a Milano e a Torino grandi manifestazioni femminili spontanee contro la Sepral -ritenuta giustamente responsabile del perdurare della speculazione nel settore alimentare - al grido “vogliamo le cooperative, basta con la borsa nera”. Le associazioni femminili avviano vari tentativi per organizzare la spontaneità di queste proteste, per trasformarle, cioè, in forme di controllo annonario esercitato da organi democratici di base cui partecipino rappresentanti delle donne.

Tuttavia al momento delle elezioni del '46 -le prime per le donne- questo ciclo di tentativi di una politica basata sulla gestione dei bisogni elementari di sopravvivenza, si stava chiudendo. Dalle forme di democrazia diretta si volevano spostare le aspettative delle donne delle classi popolari sull'esercizio del diritto di voto. Il 30 gennaio 1945 veniva deliberato dal Consiglio dei Ministri il riconoscimento del voto alle donne.
L’acquisizione di questo diritto, che era stato obiettivo di una lotta secolare delle emancipazioniste americane ed europee, ebbe scarsissima eco sulla stampa, per il fatto che non fu vista come una conquista, ma piuttosto come una concessione dall'alto, scaturita dall'esigenza di porsi al passo con gli altri paesi europei.
Per questo motivo il voto era accompagnato da una forte sfiducia nella capacità politica delle donne e i timori in questo senso erano particolarmente forti nel partito comunista. Così ne parla Teresa Noce :"Nel nostro partito, però, come in altri del Cln, non vi era stato un completo accordo. Si diceva che, data l'arretratezza persistente tra le grandi masse femminili specialmente in quelle delle campagne e del Meridione, ancora in prevalenza dominate dalla Chiesa, avremmo portato solo milioni di voti alla Democrazia Cristiana... Soprattutto Togliatti si batté per il voto alle donne... " .
In un primo momento sia l’UDI sia il CIF si erano espresse a favore del voto presentandolo però più come una mera estensione alla sfera pubblica del ruolo familiare delle donne che come un loro diritto individuale. Poichè la storiografia sul dopoguerra ha generalmente accettato la tesi di un voto concesso più che conquistato, poco è stato studiato il nesso fra diritto di voto e acquisizione di un riconoscimento di esistenza individuale.
PCI e DC avevano entrambi preso l'iniziativa per il diritto di voto alle donne già dall'estate del 1944. E' del 27 agosto 1944 il discorso alle donne romane in cui Togliatti lancia pubblicamente la proposta e, di pochi giorni dopo è una azione del Consiglio Nazionale della DC a favore del riconoscimento del diritto di voto. In realtà mentre i partiti si esprimono a favore, le donne continuano a proporre la partecipazione politica femminile nella forma della gestione diretta dei settori di loro specifico interesse. Lo stesso appello UDI non conteneva espliciti riferimenti alla conquista di questo diritto.
Ma nel giro di poco tempo la situazione cambia e, il 7 ottobre, l’UDI e le due associazioni emancipazioniste nate prima del fascismo, costituiscono il "Comitato pro voto" aggregazione che subito si estende alle rappresentanti di tutti i partiti del Cln. La sua attività sarà breve e segnata dalla certezza che il voto sarebbe comunque arrivato; tuttavia all'interno del Comitato esso non fu presentato come un dovere collettivo, un servizio delle donne alla famiglia , quanto piuttosto come un diritto individuale. Questo fa della sua attività un momento importante, perché per la prima volta le donne di tutti i partiti gestiscono in modo diretto una battaglia politica per i diritti delle donne.

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