CONTINUA
JOYCE LUSSU:
Guarda allora ci domandiamo perché, per esempio, la schiavitù è durata 25 secoli. Eh, dico, perché il terrore...quando tu ad una persona proponi...dico la caccia alle streghe cosa è stata?. La caccia alle streghe, ossia la caccia alle donne...dico le streghe le hanno dovute bruciare vive per farle stare buone. Gli uomini non ne hanno avuto nemmeno bisogno perché hanno abbozzato prima.
Ma, dico, questo fenomeno, durato tre secoli, della caccia alle streghe, guardate un po' che cos'è. Che razza di resistenza da parte delle donne contro i nuovi assetti economici e bellici. Perché in fondo venivano perseguitate le donne? perché in loro si trovava la resistenza più forte a quello che era un assetto diverso, più legato alla natura, più naturale, più equilibrato. Per questo sono state perseguitate molto più degli uomini.
Per cui non diciamo che non hanno fatto, cioè aderito....
Ma di fronte al terrore, noi che facciamo oggi? Abbozziamo. Di fronte alla bomba atomica che facciamo? Abbozziamo. O di fronte alle armi moderne? Chi può parlare più in quest'epoca, per esempio, di guerriglia, movimento di liberazione?...E' patetico.
Non se ne può più parlare perché quando quello ti arriva con la bomba chimica, la bomba atomica e le armi moderne, tu abbozzi. Semplicemente perché non hai modo di pareggiare la partita. Tu non puoi di fronte alle armi da genocidio e desertificazione pareggiare la partita. Ancora si poteva fare un po' fino agli anni '60, perché venivano usate armi tradizionali anche generalmente nelle guerriglie. Ma oggi non si può. Allora il terrore, il fatto di riuscire a spaventare la gente, è quello che assicura il potere alla classe dirigente, che poi vuol rubare e fare i suoi comodi con i beni pubblici. E ci riescono benissimo. Oggigiorno soprattutto, con le armi di cui dispongono e per le quali la nostra civiltà occidentale, industriale, tecnologica, ha speso molto di più che non per la pace. Perché noi in questi due secoli, dalla rivoluzione francese in poi, abbiamo moltiplicato in maniera forsennata le armi di distruzione e molto meno abbiamo dedicato alla tecnologia della pace, che se fosse mandata avanti potrebbe garantirci una qualità di vita molto migliore di quella che abbiamo. Perché noi abbiamo gli strumenti per fare questo e non lo facciamo, perché spendiamo per la guerra? Quanto costano gli eserciti?
Con i maschi, con gli uomini, non ho veramente nessuna forma di rancore perché devo dire che a me personalmente mi hanno trattata sempre benissimo, a parte questo, credo che non ci sia una gran differenza tra i valori intrinseci dell'uomo e della donna.
Però devo dire che ci sono due categorie di maschi che mi infastidiscono veramente perché costano moltissimo, non fanno niente, non producono niente e si fanno mantenere da noi e sono: i militari e i preti.
APPLAUSO.
FRANCESCA KOCH (STORICA):
Io volevo fare una controproposta, avete sentito tante cose e probabilmente c'è anche una certa stanchezza, perché è stato un pomeriggio molto intenso. Io vorrei capovolgere il discorso e vedere se ci sono degli interventi e delle domande su cui poi, magari organizzare un dibattito; penso che possa essere più stimolante che sentire invece una relazione, vista l'ora. Possiamo lo stesso vedere alcuni punti di quello che volevo dire. Ci sono forse degli interrogativi, dei punti sui quali desiderate discutere
ALESSANDRA LANOTTE:
Pareva fondamentale a noi, nell'organizzazione del seminario una cosa che fa parte della tua relazione: la questione della Resistenza civile. Perché altrimenti io credo non si riesca a capire in che modo le donne passano da protagoniste di un ruolo solamente di assistenza a protagoniste, invece, della vera e propria scena politica. Magari parlandone brevemente, non voglio togliere spazio alle altre domande, però credo sia fondamentale questo passaggio per capire come cambia la visione della storia.
PAOLA MASTRANGELI (EX COLL. FEMM. POMPEO MAGNO):
Sembra che le donne nel fascismo avessero una grossa adesione di massa, perché il fascismo dava loro un ruolo ben preciso, rispondeva forse a certezze ed a una garanzia per le donne che il loro ruolo riproduttivo, il loro ruolo, assurgesse a valore, a valore fondante. C'era la virilità per gli uomini e c'era la riproduttività per le donne, e questo tipo di donna lo abbiamo sviscerato e capito. Mi interessava invece sapere che cosa ha spinto donne che in quegli anni- ed è necessario storicizzare- sole, figlie della buona borghesia, o facevano figli, o la calzetta, cercavano mariti, oppure studiavano oppure scrivevano versi, a fare scelte diverse: quale era la molla insopprimibile che le ha fatte protagoniste attive di una lotta che andava a scalzare proprio quei valori? E alle donne che hanno fatto politica in quegli anni- alle quali va un grazie immenso, perché noi siamo qui perché loro ci sono state- volevo chiedere proprio: hanno visto una continuità di scelte tra la loro scelta personale di quegli anni e le donne femministe degli anni '70 e dopo, con le donne che hanno organizzato questo seminario? Quando Joyce Lussu, Marisa Musu hanno visto gli anni '70, questo strano elemento, questo strano animale che era il femminismo venire fuori in quel modo, hanno sentito quelle donne come continuatrici della loro scelta politica, hanno riconosciuto la matrice o le hanno sentite diverse da sé, e come?
JOYCE LUSSU:
Ma, io direi, in parte un po’ diverse ed in parte molto simili, no? Io ho seguito tutti i movimenti di tutti i tipi, anche se non coincidevano esattamente con il mio modo di vedere le cose. Perché il fatto solo che fosse un movimento, o fosse qualche cosa di nuovo, che ponesse dei problemi, che discutesse, bastava questo no? Questo era. E certamente per andare avanti e non per tornare in dietro. Ossia c'era sempre un'aliquota molto importante di critica verso quello che noi non eravamo riuscite a superare. Dico nel 1945, inizio del '46, i mal di fegato e le nevrosi galoppavano proprio per la rabbia di vedere come venivano riportate indietro le conquiste che si erano fatte in quegli anni. Dopo la " conciliazione" con i fascisti, già nel marzo 1946, una roba da farsi scoppiare il fegato no? Pensiamo alla casistica dei magistrati della Repubblica Italiana su quello che era una tortura efferata, e non imposta, a un partigiano: per cui si scopre che mettere un coltello sotto le unghie non è efferato, appendere un partigiano per i piedi e riempirlo di botte è normale violenza, e seviziare in dodici una persona, stuprandola e seviziandola, che poi è morta poverina, non è nemmeno normale violenza, è semplicemente un'offesa all'onore ed al pudore della donna. Ecco di fronte a queste cose, al ritorno proprio di queste vecchie tradizioni nei confronti della donna, certamente ti veniva ...E perciò qualsiasi movimento di ribellione, di contestazione a questa restaurazione (perché nel '45 c’è stata una buona parte di restaurazione) faceva piacere, andava seguita, si poteva criticare, questo e quello, ma erano certamente le nostre sorelle, le donne che con noi cercavano di cambiare le cose. Su questo non c'è dubbio, perciò ci riconoscevamo senz’altro anche in
questi movimenti se pure li criticavamo, abbiamo continuato a criticarle, a cercare di raddrizzare il tiro, a cercare di fare insieme delle cose, a cercare di approfondire i problemi, di porre bene quelle che erano le possibilità di allora di andare avanti. Certamente ci siamo riconosciute in tutto ciò che in questo dopoguerra ha cercato di modificare le cose. E poi direi moltissimo, senz'altro negli ultimi tempi. Non c'è dubbio che oggi c’è tutta una serie di donne, dalle molto giovani a quelle che non lo sono affatto, che però hanno veramente una chiarezza e una lucidità di posizione, di capacità di analisi critica della situazione, non soltanto in Italia ma nel mondo, in cui non solo ci riconosciamo, ma che sentiamo proprio come noi stesse. Oggi nel mondo ci sono una serie grandissima di donne pensanti, di donne capaci di progetto, di donne che fanno un’ analisi della situazione corretta, ne troviamo tantissime e direi che il nostro elemento anche di speranza per l'avvenire è proprio in questa capacità delle donne di diventare progettuali, di non sentirsi vittime ma protagoniste, capaci di essere protagoniste. Non protagoniste nel senso di emergere, ma semplicemente nel capire la realtà di oggi e di saperla costruire e modificare secondo i termini di civiltà. APPLAUSO.
FRANCESCA KOCH:
Allora partiamo dalla questione su cui era stato chiesto un intervento già all'inizio. La questione della categoria della Resistenza civile, e di come l'analisi delle esperienze femminili e maschili di quegli anni nelle lotte di liberazione abbia messo in luce non solo una componente di lotta armata, ma anche una forma, appunto, di scelta civile, che viene definita come una forma di resistenza esplicita.
Intanto vorrei dire una cosa per mettere a fuoco questa scelta storiografica: la partecipazione delle donne alla lotta armata, come hanno già detto le vostre compagne, evidentemente ci fu in termini importanti, anche se nel linguaggio rimane uno stereotipo che continua a parlare di "contributo" delle donne alla Resistenza, o di partecipazione. In realtà le donne la fecero, anche la Resistenza armata, tanto e quanto la fecero gli uomini. Vale a dire, è una partecipazione in prima persona, è una scelta che cambia molto la condizione personale e biografica di queste donne, ma è una scelta che assolutamente ha un esito, un valore anche soltanto se rimaniamo nella categoria delle valutazioni militari, dell'importanza strategica di questi comportamenti femminili, di uguale e pari dignità. Lo dico perché uno degli stereotipi che gravano sulla lettura della Resistenza e della presenza femminile nelle lotte di liberazione in quegli anni è proprio questo: una presenza in qualche modo secondaria, e una non visibilità delle donne in quelle lotte, ma non visibilità che viene marcata subito già negli anni del primissimo dopoguerra. Immediatamente le manifestazioni di liberazione vedono l'assenza di alcune partigiane, perché i loro compagni maschi temevano che la loro presenza sarebbe stata letta in altri termini, le avrebbero considerate, dice una testimonianza, “le puttane del gruppo". Quindi subito vengono ricondotte in una situazione di divisione di ruoli e di generi che frena la grande esperienza di trasgressione, che invece sembrava avviata in quegli anni. Ne segue una riflessione, di cui poi possiamo parlare, rispetto al problema se quegli anni furono veramente di cambiamento, di emancipazione, se queste scelte delle donne in senso di cittadinanza, in senso di assunzione delle loro responsabilità civili, marcarono poi un cambiamento, una emancipazione successiva oppure se, invece, gli anni di dopoguerra segnano un ritorno a condizioni tradizionali. Questo è un filone di riflessione: quanto rimane marcata la conquista, il diritto di scelta, che viene ribadito dalle donne in quegli anni?
Da un certo punto di vista la conclusione deve essere quella di una battuta d'arresto. Le vostre compagne hanno parlato già di come nel riconoscimento economico, nei premi dei capofamiglia, già nei primissimi mesi dopo la liberazione, si segnano queste differenze, che vedono di nuovo la condizione femminile ricondotta in termini di naturalità, in termini di presenza familiare. C'è una volontà di ritorno alla pace domestica, che segue gli anni del primo dopoguerra, e su cui magari parlerete più a lungo domani. Quindi il momento di trasgressione, di rottura, rispetto ad un andamento che si presupponeva naturale, un po' scontato, di una presenza femminile soprattutto consolatoria o di copertura delle scelte maschili, questa trasgressione sembrerebbe rimanere circoscritta a quegli anni.
Un'altra questione su cui appunto riflette la storiografia è se la presenza femminile nella lotta armata abbia avuto una componente, una specificità propria. Voglio dire: hanno avuto una certa durata certi stereotipi che vedevano la lotta armata caratteristica solo maschile, la violenza caratteristica maschile e vedevano invece le donne sul versante della pacificazione, con atteggiamenti "naturalmente" pacifici, consolatori e conciliatori. Ecco, la scelta delle donne di armarsi rompe questo stereotipo e le donne si trovano, in quegli anni a tu per tu con la violenza, sia nel senso di violenza che loro subiscono, nelle varie forme dello sfollamento, del bombardamento, dei campi di sterminio, dell' uccisione, delle torture -come ricordava Joyce Lussu- ma anche nella violenza che loro scelgono di agire. Quindi ci sono dei comportamenti che rompono con alcune aspettative, con alcune divisioni di ruolo, ed hanno un effetto di lunga durata perché è come se nell'immaginario sia degli uomini che delle donne apparissero dei comportamenti non previsti, scandalosi. Penso adesso ad un saggio di Paola Di Cori che analizza, appunto, come le donne armate siano una realtà quasi paradossale o non prevista, e non solo per quello che riguarda le donne nella Resistenza, ma anche per quanto riguarda le donne che si sono armate sull'altro versante, quelle che hanno scelto di armarsi all'interno della Repubblica di Salò. Sono personaggi che hanno cercato una identità sociale oltre una scelta di carattere ideologico, che si può condividere o meno, ma che hanno costruito la loro identità e la loro partecipazione sociale su comportamenti nuovi, inaspettati. Quindi questa estraneità su cui ci siamo cullate molto a lungo anche come storiche e come femministe, l'estraneità delle donne alla violenza, è un tema su cui invece dobbiamo riflettere e verificare che non è fondato. Pensiamo agli studi sul coinvolgimento per esempio delle donne nelle SS, quelle che hanno fatto le sorveglianti nei campi di sterminio: poi si è visto, nei processi successivi, che non erano affatto estranee, sapevano delle torture, erano in prima persona attive nei pestaggi, nelle punizioni ed esercitavano il loro ruolo in un modo assolutamente consapevole e persecutorio...Ecco tutto questo non ci permette più di parlare di una "innocenza femminile", di una estraneità femminile alle situazioni di violenza sociale ed individuale di cui parlavamo.
Vorrei ora tornare un momento sull'altro filone di riflessione cui si era accennato, cioè quello della Resistenza civile, intesa come pratica di lotta di singoli o di gruppi, non con mezzi armati ma attraverso il coraggio morale, l'inventiva, la duttilità, la capacità di manipolare i rapporti insieme rafforzati e mediati dalla carica simbolica connessa alla figura femminile (Semelin).
E' per esempio resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di beni o cose, ci si sforza di contenere la violenza, si dà assistenza ai militanti, ai partigiani, alle popolazioni, quando ci si fa carico del destino di estranei o sconosciuti sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a repentaglio dalla guerra.
Su questo tema stanno riflettendo gli storici proprio per capire i cambiamenti che si realizzarono in quegli anni e le strategie che, non solo in Italia, ma negli altri paesi europei occupati dal regime di Hitler, le popolazioni scelsero per esprimere il loro diritto a dire no all'occupazione, alle costrizioni di carattere politico e militare, anche senza ricorrere a quella che poi fu più studiata e più enfatizzata, e cioè la presenza dei gruppi partigiani. Questi, effettivamente, furono una minoranza della popolazione. Però è interessante verificare come i gruppi di cittadini, spesso anche le istituzioni, per esempio penso al re di Danimarca, alle istituzioni dell'Olanda, seppero esprimere delle forme di Resistenza civile, strategicamente efficace, di opposizione all'occupazione nazista. Questo è vero per i paesi europei; Semelin ha analizzato gli anni dell' occupazione nazista, soprattutto dal '40 al '43, nei paesi europei, verificando proprio queste possibilità di iniziativa individuale e di gruppo, per esprimere una difesa dell'esistente, una difesa dei diritti individuali contro l'occupazione.
Per quello che riguarda l'Italia, questa esperienza si verifica di più negli anni immediatamente successivi, dal '43 al '45: anni in cui lo stato italiano è assolutamente incapace di esprimere una qualche indicazione di coordinamento, il regime di Salò rappresenta uno stato ormai infeudato al regime nazista e la popolazione è priva di riferimenti istituzionali che non siano questi nuovi che vengono costruiti dai coordinamenti di gruppi di partigiani, quello che poi sarà il comitato di liberazione nazionale. All'interno di questa situazione le donne hanno uno spazio di creatività e di partecipazione che in realtà non è stato ancora molto esplorato. La storiografia infatti si è sempre occupata dei problemi relativi a ciò che si considerava tradizionalmente più importante, cioè gli aspetti della lotta armata. L' importanza di una scelta civile, più creativa, più difficile da catalogare, ma ugualmente diffusa, ugualmente ricca, è un tema di cui si sta occupando più recentemente la storiografia e gruppi di storiche e di storici che lavorano dagli anni '70. Il primo libro che propone queste tematiche, per quello che riguarda la presenza femminile nella Resistenza, lo hanno detto le vostre compagne, è "La resistenza taciuta" del 1976 e poi il libro della Guidetti-Serra e poi tutta una serie d'interviste, di storie orali a cui hanno lavorato gruppi di studiose che adesso danno degli esiti in varie pubblicazioni nelle quali emerge la difficoltà di chiudere in una prospettiva di carattere ideologico queste scelte e questi comportamenti. Le testimonianze femminili raccontano intanto di una scelta soprattutto di carattere pragmatico, il che vuol dire difesa della sopravvivenza, cura dell'altro in un atteggiamento che Anna Bravo, ha definito "una scelta quasi materna", quasi un maternage di massa, cioè la disponibilità femminile ad un destinatario determinato, il giovane maschio vulnerabile e dipendente che si rivolge alla donna come figura forte e protettrice. Si realizza in quel periodo un lavoro enorme di tutela e di trasformazione dell'esistente, il che vuol dire saper offrire la propria pietà anche ai tedeschi uccisi, senza per questo rinunciare ad esprimere un giudizio, vuol dire prendere le distanze dalle azioni punitive ideologiche dei primissimi mesi del dopoguerra, (si pensi agli episodi delle ragazze rasate a zero, alle incompatibilità locali riguardo alle scelte precedenti che dividono anche le famiglie) saper ritessere i rapporti di convivenza e le relazioni personali.
Questo uso del termine "materno" rischia di ricondurre però le donne ad un ruolo di tipo naturale, ancora una volta. Vale a dire: si sa, le donne hanno questo compito familiare materno e quindi ancora una volta hanno compiuto questa scelta. Perciò da parte di altre studiose si è preferito continuare a parlare di una scelta "di resistenza" , sottolineando in qualche modo proprio la possibilità individuale di esporsi, di fare delle scelte in quanto cittadine, soggetti di diritti e di libertà di scelta.
La difficoltà ad usare il concetto di resistenza civile è infatti legata al concetto di cittadinanza: dalla rivoluzione francese in poi il cittadino per eccellenza è quello in armi e le aspirazioni delle donne sono considerate di seconda scelta. Il primato, sia nella realtà della guerra che nella storiografia, è ancora quello della resistenza armata: sul nodo guerra di liberazione/guerra civile sono state scritte cose forse definitive, ma più inesplorato è il nodo lotta armata/lotta non armata e il modello di cittadinanza uscito dalla resistenza. Da un lato, la storiografia di sinistra privilegiava un modello di lotta armata, combattente, dall'altro, da parte cattolica, si sottolineava la pietas, nel senso di resistenza passiva, dalla connotazione solo religiosa, un luogo comune che assegnava alle sinistre l'organizzazione e la violenza, ai cattolici la spontaneità e la pietas.
E' necessario dunque disarticolare il concetto di resistenza: resistenza civile in quanto compiuta da civili, molto differente dalla semplice solidarietà, che mette tra parentesi il rapporto con l'occupante, mentre il termine resistenza civile restituisce politicità a quello che i soggetti fanno. Insistere su questo, tuttavia non vuol dire mettere automaticamente in valore le donne, sia per la sopravvivenza del luogo comune che vede separata la sfera pubblica da quella privata, che soprattutto per la "naturalità" nella quale vengono letti i comportamenti femminili (abbiamo detto come il concetto di maternage, scelto da Anna Bravo, rischia di rimanere nella naturalità dei comportamenti tradizionali.)
L'enorme legittimazione accordata al materno in quei momenti ha una scarsa resa a guerra finita, a causa della difficoltà della nuova Italia a trovare un fondamento dell'identità nazionale che andasse oltre la figura del maschio e della scarsa propensione dell'oggi a riconoscere il significato di quella scelta.
Di tutto questo, d'altra parte, è stato difficile costruire una memoria, perché le donne sono state le prime, soprattutto nel primo dopoguerra, a sottovalutare la loro capacità di iniziativa, la loro capacità di presenza e di tutela, e sono state restie a parlarne, schive. Molte di queste donne, che avevano partecipato direttamente alla Resistenza, non sono andate neanche a ritirare la medaglia o a farsi dare il riconoscimento.
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